Illustrazione: ESO / L. Calçada
in foto: Illustrazione: ESO / L. Calçada

Un team di astronomi dell'Università dell'Arizona ha dimostrato attraverso un modello matematico che le superTerre, ovvero i pianeti rocciosi con una massa compresa tra quella della Terra e quella di Nettuno, possono nascere all'interno di un disco protoplanetario, quell'area che circonda le giovani stelle dove si formano i pianeti. Può apparire un'affermazione ovvia, dato che la maggior parte degli esopianeti individuati dal Telescopio Spaziale Kepler sono proprio superTerre, probabilmente il tipo più comune dell'intero Universo, eppure sino ad oggi la loro esistenza era una sorta di paradosso astronomico.

Credit: ALMA (ESO / NAOJ / NRAO)
in foto: Credit: ALMA (ESO / NAOJ / NRAO)

Le precedenti simulazioni al computer, tenendo presenti le caratteristiche dei dischi protoplanetari conosciuti e studiati, non sono mai state compatibili con la nascita di superTerre, bensì di giganteschi pianeti gassosi alla stregua di Giove e Saturno. In pratica, agli astronomi non tornavano i conti, e non sapevano davvero come spiegare la formazione di questa tipologia di pianeti così diffusa. Un vero e proprio enigma che è stato svelato anche grazie alle osservazioni della rete di radiotelescopi ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), che ha puntato le sue antenne verso la ‘giovane' (ha alcuni milioni di anni) stella HL Tauri, che dista 450 anni luce dalla Terra ed è inquadrata dalla costellazione del Toro.

Credit: Ruobing Dong
in foto: Credit: Ruobing Dong

Confrontando le immagini dell'ALMA con i dati della simulazione, nella quale è stato ridotto il parametro della viscosità del disco e aggiunta l'influenza delle polveri rispetto ai modelli precedenti, gli studiosi coordinati dal professor Ruobing Dong hanno dimostrato che anche le superTerre possono generare gli spazi vuoti nei dischi protoplanetari, le aree dove i detriti, aggregandosi fra loro, danno origine ai pianeti. Proprio le caratteristiche di questi spazi vuoti potevano essere spiegate solo dalla presenza orbitale di giganti gassosi in formazione, ma il nuovo modello è riuscito a superare l'ostacolo. “Per la prima volta possiamo conciliare le caratteristiche misteriose dei dischi protoplanetari e la popolazione di pianeti più comune nella nostra galassia”, ha sottolineato lo studioso. Resta tuttavia da capire in che modo si formino effettivamente questi pianeti. I dettagli della ricerca saranno pubblicati sulla rivista scientifica specializzata The Astrophysical Journal, ma possono essere già consultati su arXiv e sulla pagina ufficiale dell'Università dell'Arizona.