Una parte delle vittime della devastante eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo potrebbe aver fatto una fine orrenda, provocata dall'estremo calore cui è stata esposta. A causa delle temperature comprese tra i 200° e i 500° centigradi, infatti, il loro sangue avrebbe iniziato letteralmente a bollire, e la pressione dei vapori all'interno della testa – prodotti dal tessuto cerebrale in ebollizione – avrebbe fatto esplodere i loro crani dall'interno. Nello specifico si tratta delle vittime del Lungomare di Ercolano, la cui postura, secondo uno studio del 2001 coordinato dal dottor Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo presso l'Osservatorio Vesuviano dell'Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia, suggerisce che la morte sarebbe sopraggiunta istantaneamente, a causa di uno shock fulminante indotto termicamente.

Lo scenario raccapricciante è stato ulteriormente indagato di recente da un team di ricerca italiano composto da studiosi del Dipartimento di Scienze biomediche avanzate e del Dipartimento di Scienze Chimiche dell'Azienda Ospedaliera Universitaria "Federico II", che ha collaborato con i colleghi del Parco Archeologico di Ercolano. Gli studiosi guidati dall'antropologo forense Pier Paolo Petrone hanno confermato il dramma già messo in evidenza dal team di Mastrolorenzo: le ceneri incandescenti e la nube piroclastica – che avanzarono a velocità terrificanti comprese tra i 100 e i 300 chilometri all'ora – avrebbero ucciso praticamente all'istante tutti i cittadini che avevano trovato rifugio all'interno di 12 camere sul lungomare di Ercolano. Non ebbero il tempo nemmeno di provare a fuggire, come dimostrano i resti di questo cavallo scoperto recentemente a Pompei. Gli effetti orribili dell'ondata di calore, che ha ucciso tutte le persone in un raggio di una ventina di chilometri dal vulcano, sono stati ipotizzati studiando le ossa di Ercolano con due raffinate tecniche forensi: la spettrometria di massa al plasma accoppiata induttivamente e la microspettroscopia Raman.

Sulle ossa sono stati trovati residui di minerali di colore rosso e nero, che dalle analisi sono risultati essere composti da ossidi di ferro e ferro. Potrebbero essere legati alla presenza di oggetti metallici nei pressi delle vittime al momento della morte, alcuni dei quali magari indossati come monete e monili, tuttavia i residui sono emersi anche su ossa lontane da fonti metalliche. Secondo Petrone e colleghi un'ipotesi plausibile è legata proprio alla vaporizzazione del sangue; il gruppo eme dell'emboglobina infatti contiene ferro. Del resto la scheggiatura e la carbonizzazione delle ossa riscontrate dagli studiosi sono compatibili con quelle della cremazione, che indicano l'esposizione del corpo a temperature estreme. Per quanto concerne i crani, sono state individuate spaccature annerite che sembrerebbero provocate proprio dalla pressione interna dei vapori prodotti dal cervello in ebollizione. Non trovando uno sfogo, si sarebbero aperti un varco verso l'esterno facendo esplodere la calotta cranica delle sfortunate vittime. I dettagli del nuovo studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PloS ONE.