Nell’immaginario comune parlare di Epatite C significa parlare di una malattia molto pericolosa. Se si guardando i dati diffusi dall’Istat relativi alle morti per HCV nel 2014, sembra essere una cosa acclarata: si parla, infatti, di circa 6.000 decessi all’anno in Italia per complicazioni dovute alla malattia. Basta informarsi, però, per scoprire che è la conseguenza di un dato molto più preoccupante: analizzando le categorie non a rischio di età inferiore a 65 anni, si stima che ci siano dai 4000 ai 18.000 casi non diagnosticati, numero che sale a 35.000/57.000 se si analizza un campione di persone over 65. La vera pericolosità dell’epatite C, quindi, è la mancata diagnosi. Tanto più ora che la ricerca scientifica ha scoperto terapie efficaci e risolutive proprio per questa patologia.

Sintomi nascosti e fattori di contagio 

L’epatite C spesso non ha una sintomatologia evidente, quindi non basta affidarsi al proprio stato di salute “manifesto” per poter dire di non esserne affetti. L’epatite C si diffonde per via ematica, quindi la condivisione di oggetti appuntiti o taglienti, quali rasoi o lamette, può esporre al contagio qualora ci sia scambio di sangue infetto. Altro caso in cui ci si espone al virus è l’uso di aghi non sterili per fare tatuaggi e piercing, ma la cultura della prevenzione ha aiutato molto a ridurre queste pericolose mancanze di igiene. Stesso discorso se si parla di trasfusioni di sangue. Attualmente in Europa e America il principale fattore di contagio è l’uso di droghe per via iniettiva, che spesso avviene condividendo l’ago, fattore che quota l’incidenza dell’epatite C tra il 50 e il 95%.

Un triste paradosso da cancellare 

Le parole di Massimo Andreoni, Direttore Scientifico della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, fotografano con precisione l’attualità: «Ci troviamo in una situazione paradossale: quella di avere una terapia che funziona e di non fare nulla affinché le persone che ne possono beneficiare siano messe nella condizione di saperlo». Da diverso tempo è infatti disponibile una cura che ha portato alla sconfitta dell’epatite C nel 95% dei casi. Il problema è che sono ancora troppe le persone che ignorano di aver contratto la malattia e quindi non hanno accesso alla terapia.

Prevenzione: test e informazione 

Per cancellare questa forbice da anni si lavora sulla prevenzione. In molti ospedali, per esempio, si organizzano giornate di screening gratuito. Per diagnosticare l’epatite C, infatti, basta un semplice test del sangue, che però non è incluso in quegli esami di routine prescritti con una certa regolarità. Diverso discorso invece per chi dona il sangue: il test in questi casi è eseguito obbligatoriamente proprio per eliminare una possibile diffusione del contagio. Per fare il test, quindi, il primo passo è quello di rivolgersi al proprio medico di base, che prescriverà gli appositi esami.

“Insieme si vinCe”: una campagna per informare 

Per diffondere ulteriormente il messaggio, l’azienda biofarmaceutica Gilead Sciences insieme all’Associazione Italiana Malattie del Fegato, la Fondazione The Bridge, la Federazione Liver-Pool e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha lanciato la campagna Insieme si VinCe. Visto che ormai il video è una delle forme di comunicazione più diffuse e condivisibili, è stato chiesto a una community di videomaker, UserFarm, di presentare dei brevi video sull’importanza di fare il test per l’epatite C. A vincere sono stati tre cortometraggi, premiati per originalità, efficacia e contenuto emozionale. E proprio il secondo classificato riassume, in una semplice frase, il messaggio della campagna: «L’unico limite alla cura dell’epatite C è la paura».