La corsa per arrivare a un vaccino contro Sars-Cov-2 procede senza tregua: almeno sette su oltre 170 candidati sono entrati o stanno entrando nella fase 3 di sperimentazione sull’uomo: tra questi lo ChAdOx1, sviluppato dall’Università di Oxford e prodotto da Astrazeneca, l’Ad5-nCov della cinese CanSino in collaborazione con il Beijing Institute of Biotechnology, il BNT162 di BioNTech/Pfizer e il vaccino mRNA-1273 di Moderna sviluppato con i National Institutes of Health. A questi si aggiungerà la formulazione progettata in Russia da Gamaleya Research Institute, per cui il presidente Vladimir Putin ha annunciato la sperimentazione sull’uomo. Almeno altri nove candidati si trovano invece nella fase 2 di sperimentazione clinica e altrettanti in fase 1, incluso GRAd-CoV-2, il vaccino sviluppato in Italia e prodotto dall’azienda ReiThera di Castel Romano.

E se il primo vaccino contro il coronavirus non fosse il migliore?

Il New York Times ha confermato che almeno altri 88 candidati sono oggetto di indagini precliniche nei laboratori di tutto il mondo, 67 dei quali dovrebbero passare alla fase 1 di sperimentazione clinica entro la fine del 2021. Per questi, i test sull’uomo partiranno solo dopo che milioni di persone avranno già ricevuto una dose di uno dei vaccini più avanti nella sperimentazione ma gli scienziati che li stanno sviluppando ritengono che i loro progetti possano stimolare una risposta immunitaria più forte e duratura rispetto alle formulazioni giunte nelle fasi finali della sperimentazione. “I primi vaccini potrebbero non essere i più efficaci” ha detto al quotidiano statunitense il professor Ted Ross, direttore del Center for Vaccines and Immunology presso l’Università della Georgia che sta lavorando a un vaccino sperimentale per cui spera di partire con i test sull’uomo nel 2021.

Due dei vaccini più avanzati, quello di Moderna e quello di BioNTech/Pfizer, si basano su Rna contenente il gene della proteina Spike che si trova sulla superficie del coronavirus per indurre lo sviluppo di anticorpi specifici. L’Università di Oxford ha invece puntato su vettori virali non replicanti derivati da adenovirus di scimpanzé, lo stesso approccio adottato anche dall’azienda cinese CanSino e dall’Istituto Gamaleya di Mosca che utilizzano però adenovirus umani. Tuttavia, alcuni ricercatori temono che si stiano riponendo troppe speranze su strategie che “non hanno dimostrato di funzionare”.

Il punto sugli inseguitori

A marzo, il dottor David Veesler, virologo dell’Università di Washington, e i suoi colleghi hanno progettato un vaccino basato su milioni di nanoparticelle, ciascuna contenente 60 copie di alcune subunità di Spike piuttosto che l’intera proteina. I ricercatori ritengono che questa combinazione possa sviluppare una risposta immunitaria più forte. I primi risultati su modelli animali sono stati condivisi in un documento che deve essere ancora sottoposto a peer review. Nel frattempo, Icosavax, una startup co-fondata da uno dei collaboratori del dott. Veesler, Neil King, si sta preparando a iniziare la sperimentazione clinica alla fine di quest’anno. Un altro vaccino basato su nanoparticelle è stato messo a punto presso il Walter Reed Army Institute dai ricercatori del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che hanno iniziato a reclutare volontari per la sperimentazione clinica che prevedono di iniziare entro la fine del 2020.

Gli studiosi che hanno intrapreso filoni di ricerca differenti considerano lo sviluppo di anticorpi neutralizzanti solo una delle armi del sistema immunitario. Altre cellule, i linfociti T presenti nel sangue, possono infatti combattere efficacemente l’infezione, attaccando le cellule che sono state infettate dal virus. “Non sappiamo ancora quale tipo di risposta immunitaria sarà importante per la protezione” ha dichiarato Luciana Leite, ricercatrice presso l’Istituto Butantan di San Paolo, in Brasile, ritenendo che sia possibile che le formulazioni che inducono solo una risposta anticorpale non siano efficaci a lungo termine. La dottoressa Leite sta testando vaccini composti da diverse porzioni di coronavirus per valutare se si potrà indurre le cellule T a combattere l’infezione. “È una seconda linea di difesa che potrebbe funzionare meglio di quella degli anticorpi” ha affermato anche Anne De Groot, Ceo di Epivax, una società con sede a Providence, nello stato di Rhode Island, negli Usa, che ha sviluppato un vaccino con diverse subunità della proteina Spike, oltre ad altre proteine virali, che potrebbe entrare in sperimentazione clinica il prossimo dicembre.

Altri gruppi di ricerca ritengono che l’efficacia di un vaccino possa essere influenzata da come viene veicolato nel corpo umano. Tutti i vaccini entrati nella fase 3 di sperimentazione sull’uomo vengono somministrati attraverso iniezione intramuscolare. Un’alternativa è quella di un vaccino sotto forma di spray nasale, come quello sviluppato da una società di New York chiamata Codagenix, che potrebbe funzionare meglio poiché il Sars-Cov-2 è un virus respiratorio che in principio colpisce le vie aree superiori. Questa formulazione si basa su un approccio tradizionale che è la base su cui sono stati creati diversi vaccini, come quello contro la varicella e la febbre gialla, ovvero i virus attenuati. Si tratta di microrganismi vivi la cui virulenza è stata attenuata in modo da indurre un’immunità duratura senza che si sviluppi la malattia. Per arrivare alla formulazione, i ricercatori di Codagenix hanno modificato il genoma del coronavirus, inducendo 283 mutazioni, e replicando il virus in cellule di scimmia per creare microrganismi ricombinanti. Nella fase di sperimentazione preclinica condotta su criceti, gli scienziati hanno osservato un buon livello di protezione negli animali. Anche in questo caso, la sperimentazione clinica di fase 1 partirà a settembre sui primi volontari.

Un’ulteriore strada è quella dei virus inattivati, cioè microrganismi completi ma che non hanno capacità virale perché inattivati con metodi chimici. Questa è la via intrapresa dal produttore francese Valneva che prevede di avviare la sperimentazione clinica entro il prossimo novembre. L’approccio, definito “piuttosto convenzionale” da Thomas Lingelbach, ceo di Valneva, è lo stesso utilizzato dagli altri tre vaccini cinesi che attualmente si trovano in fase 3 di sperimentazione (Sinovac, Wuhan/Sinopharm e Beijing Institute/Sinopharm). Valneva ha considerato ancora un’opportunità quella di crearne uno proprio dal momento che i vaccini con virus inattivati ​​devono soddisfare standard molto elevati per la purificazione per assicurare che tutti i virus non siano vitali. “Valneva ha già soddisfatto tali standard e non è chiaro se i vaccini cinesi lo faranno”.