Lo sviluppo di anticorpi può non essere la sola arma per difendersi dal nuovo coronavirus. Lo suggerisce una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science che, oltre alla protezione determinata dalle immunoglobuline, ha messo in luce un altro tipo di immunità, quella mediata dai linfociti T della memoria, un particolare tipo di globuli bianchi la cui funzione è quella di attuare i meccanismi di difesa contro microrganismi patogeni. A differenza degli anticorpi, i cui livelli possono diminuire nei mesi successivi a un’infezione, i linfociti T della memoria sono in grado di conservare il ricordo del patogeno per anni, identificare e distruggere le cellule infette e stimolare il sistema immunitario a sviluppare nuovi anticorpi.

Il comune raffreddore può innescare la risposta immunitaria al nuovo coronavirus

Il nuovo studio, condotto dai ricercatori di Center for Infectious Disease and Vaccine Research di La Jolla, in California, in collaborazione con i colleghi della School of Medicine della Carolina del Nord e della Murdoch University di Perth, in Australia, ha evidenziato la presenza di linfociti T capaci di rispondere in modo specifico al nuovo coronavirus nonostante le persone in cui sono stati individuati non siano mai state esposte a Sars-Cov-2. I ricercatori ritengono sia dovuto al fatto che questi linfociti abbiano imparato in precedenza a identificare e distruggere le cellule infettate dai coronavirus che causano il comune raffreddore. “Questo potrebbe aiutare a spiegare perché alcune persone mostrano sintomi di Covid-19 più lievi mentre altre si ammalano gravemente” ha detto Alessandro Sette, coautore del nuovo studio. Tuttavia, Sette ha segnalato che la ricerca non permette di dire se questa memoria preesistente possa influire sugli esiti dei pazienti Covid-19.

La ricerca è stata portata avanti attraverso l’analisi di campioni di sangue risalenti al periodo compreso tra il marzo 2015 e il marzo 2018, dunque su persone che sicuramente non hanno mai contratto l’infezione perché il virus Sars-Cov-2 non circolava. L’assenza di una precedente infezione da Sars-Cov-2 è stata inoltre confermata dalla sieronegatività dei soggetti. I campioni di sangue analizzati provenivano da diverse località (USA, Paesi Bassi, Germania, Singapore e Regno Unito) e, nel complesso, è stata riscontrata che la reattività a Sars-Cov-2 era mediata principalmente da linfociti T che esprimevano la proteina transmembrana CD4+.

La spiegazione più probabile dell’osservazione risiede in un fenomeno chiamato cross-reattività, una circostanza che si verifica quando i linfociti T sviluppati in risposta a un virus reagiscono con un patogeno simile ma precedentemente sconosciuto. Questa può quindi dare un vantaggio al sistema immunitario, innescando in tempi più brevi la risposta immunitaria contro il nuovo patogeno. Diversi livelli di cross-reattività potrebbero dunque tradursi “in differenti gradi di protezione – ha affermato Sette – . “Avere una forte risposta dei linfociti T, o una migliore risposta di queste cellule, può dare l’opportunità di sviluppare una risposta immunitaria molto più rapida e forte” ha concluso.