Coralli sbiancati. Credit: Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies
in foto: Coralli sbiancati. Credit: Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies

A causa delle temperature elevate che hanno investito l'Australia nel mese di febbraio e all'inizio di marzo, la Grande Barriera Corallina sita innanzi alla costa del Queensland sta sperimentando uno dei più diffusi e drammatici eventi di sbiancamento dei coralli mai registrati. Si tratta del quinto episodio di massa dopo quelli verificatisi nel 1998, 2002, 2016 e 2017, e per la prima volta sono coinvolte tutte e tre le sezioni (settentrionale, centrale e meridionale) della maestosa struttura vivente, che si estende per 2.300 chilometri a largo dell'Australia nordorientale. Ad annunciare il nuovo disastro naturale è stata l'Agenzia responsabile del Parco Marino della Grande Barriera Corallina (GBRMPA), costantemente impegnata nella tutela di questo splendido Patrimonio Mondiale dell'Umanità dal 1981.

Lo sbiancamento è un processo che si verifica quando la temperatura dell'acqua marina aumenta (bastano un paio di gradi in più rispetto alla media), determinando stress nei coralli che sono spinti ad espellere le alghe simbiontiche. Da questi microorganismi derivano i colori spettacolari dei coralli, ma soprattutto il loro nutrimento. Questi microorganismi sono infatti vegetali responsabili della fotosintesi, la fonte di sostentamento dei polipi. Quando le alghe unicellulari (chiamate zooxantelle) vengono espulse a causa dello stress termico, i coralli assumono una colorazione biancastra, trasformandosi in scheletri inerti. Maggiore è il tempo della separazione dalle alghe unicellulari, più alto è il rischio che il corallo muoia di fame. Alcune specie sono più resilienti di altre, ma non tutte riescono a sopportare shock termici come quello che si è verificato nelle scorse settimane. La causa principale dietro a questo drammatico effetto è il riscaldamento globale, catalizzato dalle immissioni di gas a effetto serra nell'atmosfera, dei quali il principale è l'anidride carbonica (CO2).

A determinare il precario stato di salute della Grande Barriera Corallina australiana è stato un team di ricerca dell'Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies presso l'Università James Cook. Gli scienziati Terry Hughes e Morgan Pratchett hanno eseguito ricognizioni aeree per nove giorni sopra l'estesa struttura nella seconda metà di marzo. I due hanno raccolto dati su circa duemila scogliere, grazie ai quali hanno messo a punto le mappe dello sbiancamento. Come indicato, il fenomeno è stato osservato in maniera estesa in tutte e tre le sezioni della barriera corallina. Si tratta del terzo evento di massa in soli cinque anni, e quello del 2020 “è il più grave e il più diffuso che abbiamo mai registrato”, hanno sottolineato gli studiosi in un articolo pubblicato su The Conversation. “Delle scogliere che abbiamo esaminato dal cielo – spiegano gli studiosi – il 39,8 percento ha subito poco o nessun sbiancamento. Tuttavia, il 25,1 percento delle barriere coralline è stato gravemente colpito. Ciò significa che su ogni barriera corallina oltre il 60 percento dei coralli è stato sbiancato. Un ulteriore 35 percento presentava livelli di sbiancamento più modesti”. La sezione nord è stata la più colpita nel 2016, quella centrale nel 2017, e adesso è stata la volta di quella meridionale, che in passato era stata risparmiata dalle conseguenze più gravi del riscaldamento globale.

Lo sbiancamento, spiega l'Agenzia responsabile del Parco Marino della Grande Barriera Corallina, non è fortunatamente una sentenza di condanna a morte per i coralli, e sulle scogliere leggermente e moderatamente sbiancate ci sono buone probabilità di recupero. Meno possibilità di recupero vi sono su quelle fortemente sbiancate, soprattutto perché i fenomeni di massa di stanno ripetendo a una frequenza così elevata da inficiare il naturale percorso di recupero. Hughes e Pratchett sottolineano che per proteggere le Grande Barriera Corallina è necessario mantenere un'elevata qualità dell'acqua e contrastare le stelle marine invasive “corona di spine” (Acanthaster planci), grandi divoratrici di polipi dei coralli, ma queste misure da sole non sono sufficienti, se non si fa tutto il possibile per azzerare le emissioni di gas a effetto serra legate ai fattori antropici.