Donne e ricerca: ancora troppa disparità di genere

A cura di Nadia Vitali
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Per le donne resta difficile raggiungere le posizioni apicali nell’ambito della propria carriera: i dati del volume Portrait of a Lady, curato da Sveva Avveduto e Lucio Pisacane dell’Irpps-Cnr.

Da anni si parla di “soffitto di cristallo” e “forbice della professionalità”, si dedicano studi e conferenze al tema, si sceglie, a livello politico, di dare il buon esempio: eppure, ciononostante, la presenza delle donne nelle sedi decisionali e ai vertici delle istituzioni della ricerca scientifica resta bassa. Ne scrive Sveva Avveduto, dirigente di ricerca dell’Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr), assieme al collega Lucio Pisacane, in un volume intitolato Portrait of a Lady. Il gruppo di ricerca che ha curato lo studio tema ha vinto il Progetto europeo Horizon 2020 “Genera”, finalizzato a portare avanti iniziative sull’equità di genere nell’European Research Area.

Secondo il rapporto She figures 2013, realizzato dalla Direzione generale per la ricerca e l’innovazione della Commissione europea, le donne ricercatrici sono il 32% del totale europeo (Eu27), anche se il tasso di crescita è maggiore di quello degli uomini. Per 1.000 occupati si registrano nell’Ue 7,6 donne contro 11,9 uomini. È donna il 40% di quanti lavorano nell’università (38% in Italia), il 40% negli Enti pubblici di ricerca (44% in Italia), il 19% nelle imprese nel settore (21% in Italia). La segregazione verticale è dunque ancora accentuata e se lo squilibrio fosse lasciato alla sua naturale correzione impiegherebbe decenni a colmarsi. – Sveva Avveduto.

Contraddizioni italiane

Il libro dedica particolare attenzione alle luci e alle ombre che caratterizzano la situazione italiana dove, come è possibile leggere attraverso i dati 2002-2012 del ministero dell’economia e delle finanze, in 10 anni abbiamo assistito al varo di provvedimenti legislativi che consentivano l’accesso a forze nuove. Tali provvedimenti sono stati spesso affiancati, però, da altri che hanno ritardato il ricambio generazionale all'interno degli enti di ricerca. Il risultato è una sostanziale stabilità che evidenzia le scarse capacità del sistema di assorbire il personale precario: come dire, si parte dal problema di genere per approdare al male generale di cui soffre il Paese.

Le strutture pubbliche

Un capitolo del libro è dedicato al settore delle Public Research Institutions. In esso si sottolinea come in Italia l’occupazione nei settori scienza e ricerca si realizzi per lo più nelle strutture pubbliche. I dati ISTAT dei dicembre 2013 evidenziano come il personale di queste ultime aumenti in maniera superiore rispetto al comparto privato (si parla di un 4,3% contro lo 0,2% in più). Insomma, molte più donne nella ricerca pubblica per una ragione ben precisa: le garanzie offerte dal settore, dalla tutela della maternità all’eguaglianza di opportunità di accesso fino all’avanzamento di carriera che, almeno formalmente, deve essere paritario. E questo sottolinea come le politiche volte a colmare le differenze di genere, sebbene con una notevole lentezza, iniziano forse a dare i primi frutti.

Poche donne ai vertici (ma molte alla base)

I dati ISTAT, infatti, affermano che il 44,2% della forza lavoro nel comparto pubblico della ricerca appartiene al genere femminile, che nelle procedure concorsuali e selettive ha, in media, risultati migliori rispetto al maschile: ricercatrici e tecnologhe sono aumentate di 10 punti percentuali rispetto al 2000. Questo quadro tutto sommato positivo, però, peggiora decisamente se si guarda alle posizioni apicali: le ricercatrici di grado iniziale della carriera sono il 48% del totale, ma «la percentuale femminile nel ruolo di primo ricercatore scende al 39% e tra i dirigenti di ricerca cala inesorabile al 24%» spiega l’autrice. Discorso analogo per i tecnologi: 44% di grado iniziale, poi 34,6% i primi tecnologi e il 22% dei dirigenti. Numeri che non hanno bisogno di commenti per essere spiegati. E poi si arriva alla direzione: meno del 17% delle donne sono tra i direttori degli Istituti di ricerca e di Dipartimento, anche se va segnalato un aumento del 3,6% tra il 2010 e il 2012. Su cinque direttori generali, comunque, non si conta neanche una presenza femminile.

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