È notizia di queste ore quella relativa ai risultati di uno studio condotto dall’Università di Oxford, chiamato Recovery (Randomized Evaluation of COVid-19 ThERapY), istituito per testare una gamma di potenziali trattamenti per l’infezione da nuovo coronavirus. I dati sono preliminari e non ancora pubblicati ma molto incoraggianti perché indicano che il desametasone, un farmaco ben conosciuto e con un prezzo molto basso (il costo si aggira intorno ai 5 euro), ha ridotto di un terzo la mortalità nei pazienti sottoposti a ventilazione polmonare e di un quinto nelle persone che avevano ricevuto solo ossigeno. Ma cos’è il desametasone, quali sono le sue indicazioni e come funziona contro il Covid-19? Lo abbiamo chiesto ad Annalisa Capuano, farmacologo clinico dell’Università della Campania ed esponente della Società Italiana di Farmacologia (SIF).

Allora professoressa, cos’è il desametasone e a cosa serve?

Il desametasone è un farmaco appartenente alla classe degli antinfiammatori steroidei. Per intenderci, diciamo di derivazione dal cortisone. È quindi un farmaco antinfiammatorio di uso nella pratica clinica dal 1960 e che oggi è indicato nel trattamento di diverse condizioni infiammatorie, come ad esempio l’asma bronchiale, l’artrite reumatoide e il lupus, e utilizzato anche come farmaco immunosoppressore in alcune forme di trapianti d’organo. È dunque un farmaco che abbiamo a disposizione da tantissimo tempo e che costa anche molto poco.

Possiamo dire che sappiamo un po’ tutto su come funziona?

Sappiamo tutto relativamente al suo profilo di efficacia ma anche di sicurezza.

E nel caso dei pazienti con Covid-19?

È chiaro che si tratta di un farmaco che, fin dalle prime fasi di questa emergenza, è stato riposizionato. La stessa Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, la Simit, lo aveva raccomandato fin dallo scorso marzo, inserendo questo principio attivo nel vademecum per affrontare l’emergenza proprio per le sue proprietà antinfiammatorie. Questo perché, in una prima fase, la malattia da nuovo coronavirus determina una risposta infiammatoria che serve a contrastare la replicazione virale.

Per definire questo stato infiammatorio abbiamo spesso parlato di un “fuoco amico” che, a un certo punto, diventa però nemico perché dai polmoni passa all’albero vascolare, quindi a una condizione sulla quale possono andare a formarsi degli aggregati, i cosiddetti microtrombi, che possono giungere ad esempio al cervello, ai reni, al cuore e agli stessi polmoni, con conseguenti trombosi vascolari che spesso sono state poi ritrovate nei referti dei pazienti deceduti per Covid-19. Da questo si capisce l’importanza di poter utilizzare questo farmaco antinfiammatorio molto potente per contrastare quella che sembra essere una delle complicanze più importanti di questa malattia.

I risultati dello studio inglese si inseriscono in questo stesso ambito?

Il Recovery trial partito lo scorso marzo ha arruolato diversi pazienti in diversi stadi di patologia in bracci di trattamento differenti, incluso quello che prevedeva l’utilizzo di desametasone nei pazienti che erano già arrivati ad essere intubati o assistiti meccanicamente per la ventilazione oppure avevano avuto bisogno di un supporto di ossigeno. E in questi pazienti c'è stata la riduzione importante della mortalità dovuta all'infezione sostenuta dal nuovo coronavirus.

È quindi un risultato importante anche se, c’è da dire, che i dati non sono stati ancora pubblicati su una rivista scientifica internazionale. Il leader di questo trial ha però deciso di rilasciare un'intervista e di illustrare questi risultati preliminari, ritenendoli talmente significativi da sospendere il braccio di pazienti in trattamento con desametasone. E il Ministro della Sanità inglese ha addirittura deciso che tutti i pazienti in queste stesse condizioni saranno trattati con desametasone.

Ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) non lo aveva sconsigliato? Per quale motivo?

Sì, nelle fasi iniziali dell’epidemia aveva sconsigliato l’utilizzo di questo farmaco e più in generale dei corticosteroidi. Come le dicevo, i corticosteroidi hanno un’azione non solo antinfiammatoria ma anche immunodeprimente per cui vengono utilizzati per contrastare il rigetto di un organo trapiantato. Se quindi pensiamo alla prima fase della malattia, a quando il nostro organismo risponde mettendo in atto le sue difese immunitarie, questi farmaci possono destare alcune preoccupazioni. E, infatti, anche il Recovery trial parla dell’utilizzo del desametasone nelle fasi più avanzate della malattia, quando c’è quindi un’iperinfiammazione. Non è dunque raccomandabile utilizzarlo nelle prime fasi della malattia ma soltanto quando la patologia si aggrava per prevenirne le complicanze fatali.

In Italia è già stato utilizzato contro il Covid-19?

Sì, ma per questa specifica molecola non c’è uno studio clinico in corso. È stato utilizzato in modalità off-label, cioè al di fuori di quelle che sono le indicazioni registrate, come del resto avvenuto per quasi tutti i farmaci utilizzati nella pratica clinica, perché è chiaro che si tratta di una malattia nuova e non c’erano terapie specifiche per contrastarla. Sono quindi molecole che sono state riposizionate, come anche il tocilizumab di cui abbiamo sentito molto parlare: in una prima fase è stato utilizzato off-label e poi l’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha autorizzato lo studio clinico che permette di valutare in maniera esaustiva sia l’efficacia sia la sicurezza del trattamento farmacologico in nuova indicazione.

Alla fine di aprile sempre l’Aifa ha approvato un trial che prevede l'utilizzo di un altro composto cortisonico che il metilprednisolone ma i risultati di questa sperimentazione non sono ancora disponibili.

Possiamo parlare di “cura” per il coronavirus?

No, non è una cura specifica. Quando parliamo di cura, quindi di una terapia specifica, ipotizziamo la scoperta di una molecola che possa andare a inibire in maniera specifica la replicazione del virus. Con questi farmaci andiamo invece ad inibire le complicanze dovute all'infezione da nuovo coronavirus.

Abbiamo utilizzato anche degli antivirali come l’associazione lopinavir-ritonavir oppure lo stesso remdesivir, tutte molecole ricollocate perché utilizzate durante la scorsa pandemia dovuta a Sars e Mers oppure autorizzate nel trattamento del virus dell'AIDS, quindi nei pazienti affetti da HIV, ma ad oggi non abbiamo una molecola che inibisca in maniera specifica la replicazione virale, quindi una cura specifica per il Sars-Cov-2.

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