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Covid 19
1 Marzo 2021
16:08

Depressione persistente e altri disturbi mentali nei pazienti Covid dimessi dall’ospedale da mesi

Ricercatori italiani dell’Istituto Scientifico IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università Vita-Salute di Milano hanno dimostrato che oltre un terzo (35,8 percento) dei pazienti che hanno superato la COVID-19 grave presenta almeno un disturbo psicopatologico a 3 mesi dalle dimissioni. La depressione è la condizione più comune, ma fortunatamente i pazienti rispondono bene alle terapie.
A cura di Andrea Centini
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La COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, nelle forme gravi può avere un impatto devastante sul nostro organismo, con sintomi di vario genere – dalle difficoltà respiratorie alla fatica cronica – in grado di protrarsi anche per diversi mesi, dopo il superamento della fase acuta. Si tratta della cosiddetta “Long COVID”, una condizione non ancora completamente compresa dagli esperti, per la quale l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha deciso di programmare una serie di meeting al fine “inquadrarla” meglio. Ciò che è certo, è che i pazienti che superano l'infezione severa possono andare incontro anche a significativi disturbi psichiatrici e psicologici, alla stregua di ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico (PSTD) e insonnia. Un nuovo studio italiano ha dimostrato che oltre un terzo dei pazienti Covid dimessi dall'ospedale sperimenta almeno una di queste condizioni psicopatologiche a tre mesi dal superamento della fase acuta. La più diffusa è la depressione, la cui gravità è strettamente connessa all'intensità dello stato infiammatorio osservato dopo la “guarigione”. Fortunatamente i pazienti con queste manifestazioni psicopatologiche rispondono bene ai trattamenti, sia alle terapie psicologiche che a quelle farmacologiche.

A determinare l'impatto psichiatrico e psicologico a medio termine della COVID-19 è stato un team di ricerca composto da scienziati dell'Istituto Scientifico IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e delle divisioni di Neuroscienze e Immunologia presso l'Università Vita-Salute San Raffaele. I ricercatori, coordinati dal professor Francesco Benedetti, docente di Psichiatria e responsabile dell’Unità di ricerca in Psichiatria e Psicobiologia clinica, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i casi di 226 pazienti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 e dimessi dall'ospedale, tutti seguiti a partire da maggio 2020 dall'ambulatorio del nosocomio milanese. Il professor Benedetti e i colleghi li hanno sottoposti a colloqui psichiatrici, questionari di autovalutazione e test per valutare il profilo neuropsicologico di vari fattori: memoria verbale, memoria di lavoro, capacità di linguaggio, elaborazione dell'attenzione e coordinamento psicomotorio. Le analisi sono state condotte a un mese e a tre mesi dalle dimissioni dall'ospedale.

Dall'indagine è emerso che oltre un terzo dei partecipanti (il 35,8 percento) a tre mesi di distanza aveva almeno un sintomo psicopatologico di rilevanza clinica. Il più diffuso era proprio la depressione, mentre l'ansia, l'insonnia e il disturbo da stress post-traumatico tendevano a diminuire nel corso del tempo. “Il 78 percento del campione – si legge nell'abstract dello studio – ha mostrato scarse prestazioni in almeno un dominio cognitivo, con le funzioni esecutive e la coordinazione psicomotoria compromesse nel 50 percento e nel 57 percento del campione”. Avere una storia di disturbi psichiatrici, essere donna e aver sperimentato sintomi depressivi a un mese dal superamento della fase acuta erano fattori predisponenti per manifestare la depressione anche a tre mesi di distanza. “A soffrire di più sono le donne e le persone con una precedente storia di disturbi psichiatrici, sebbene queste ultime siano anche quelle che hanno mostrato nel tempo il miglioramento maggiore, probabilmente perché hanno maggiore dimestichezza e disponibilità con le terapie, sia psicologiche sia farmacologiche,” ha dichiarato il professor Benedetti in un comunicato stampa.

L'aspetto più interessante emerso dallo studio, spiega lo scienziato, è tuttavia la “stretta relazione tra risposta del sistema immunitario, stato infiammatorio e persistenza dei sintomi depressivi”. Benedetti e colleghi hanno scoperto che maggiore era il valore dell'infiammazione sistemica rilevata dopo il superamento della fase acuta, superiore era l'entità dei disturbi depressivi e la loro permanenza. Tra i sintomi manifestati dai pazienti figuravano riduzione della concentrazione, delle capacità mnemoniche, del coordinamento psicomotorio e della fluenza verbale. “Sappiamo bene che chi soffre di depressione maggiore presenta livelli più alti di citochine infiammatorie nel sangue, indipendentemente dall’avere avuto infezioni o malattie del sistema immunitario, e sappiamo che questo stato infiammatorio si associa alla riduzione dell’attività di alcuni neurotrasmettitori essenziali per il controllo delle emozioni, come la serotonina; sappiamo d’altra parte anche che forti stati infiammatori – anche in conseguenza a infezioni virali e batteriche – aumentano il rischio di episodi depressivi”, sottolinea il professor Benedetti. “Il Covid-19 è il paradigma di questo fenomeno e un’ulteriore conferma di decenni di ricerca in questo campo: se l’infiammazione non recede, nei mesi successivi alla malattia acuta può svilupparsi un episodio depressivo”. “Ipotizziamo che COVID-19 possa provocare un'infiammazione sistemica prolungata che predispone i pazienti alla depressione persistente e alla disfunzione neurocognitiva associata. Il legame tra infiammazione, depressione e neurocognizione nei pazienti con COVID-19 dovrebbe essere studiato in studi longitudinali a lungo termine, per personalizzare meglio le opzioni di trattamento per i sopravvissuti a COVID-19”, hanno scritto nell'abstract dello studio Benedetti e colleghi. Fortunatamente, concludono i ricercatori, questi pazienti rispondono bene alle terapie disponibili, che possono essere personalizzate. I dettagli della ricerca “Persistent psychopathology and neurocognitive impairment in COVID-19 survivors: effect of inflammatory biomarkers at three-month follow-up” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Brain, Behavior and Immunity.

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