La depressione colpisce in Italia oltre 3 milioni di persone, soprattutto donne (2 milioni), ma la metà dei malati non la considera una patologia che necessita di una cura. Inoltre, benché l'età media del primo attacco sia attorno ai 25 anni, si registrano i primi casi del cosiddetto “male di vivere” già in tenerissima età, a soli 4 anni. È il drammatico quadro tratteggiato dagli esperti intervenuti all'incontro “Depressione sfida del secolo, verso un piano nazionale per la gestione della malattia”, organizzato da Onda – l'Osservatorio nazionale salute donna – e Janssen Italia, in vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale che si celebra giovedì 10 ottobre.

Come sottolineato dal dottor Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia, “la depressione non è tristezza né demoralizzazione, non è causata da un singolo evento e ce ne sono tanti tipi”. Lo specialista ha aggiunto che in soli 10 anni è aumentata di quasi del 20 percento e sta interessando anche le fasce di età più basse. In base ai dati comunicati da Mencacci, il primo evento depressivo si manifesta solitamente in giovane età, con un picco nell'adolescenza (15-19 anni) e uno prima dei 30 anni (25-29 anni), ma ne soffre anche l'1,5 percento dei bambini e il 3,5 della popolazione nella tarda infanzia/prima adolescenza.

In Italia solo il 17 percento dei pazienti con depressione riceve cure adeguate, contro il 23 percento in Europa. Poco più del 40 percento dei malati consulta uno specialista per seguire un percorso terapeutico, mentre il 50 percento dei depressi non ritiene di doversi curare. Ciò ha un impatto significativo su qualità della vita, costi sociali e rischio suicidio. Basti pensare che ogni anno nel mondo circa 900mila persone si tolgono la vita; in Italia nel 2018 sono state poco meno di 4mila, in leggera flessione rispetto al 2015, ma come affermato dallo stesso Mencacci si tratta sempre di numeri significativi.

Sotto il profilo dei costi sociali si stima che ogni anno la depressione faccia perdere 42 giorni di lavoro, uno a settimana, che tradotti in denaro equivalgono a 4 miliardi di euro. Come spiegato dal professor Francesco Saverio Mennini, docente presso l'Università Tor Vergata di Roma, per via della depressione maggiore in soli sei anni sono stati spesi 650 milioni di euro per assegni di invalidità e pensioni di inabilità. Dei 390mila pazienti con depressione maggiore, inoltre, 130mila non rispondono ai trattamenti, con ulteriore impatto sulla qualità della vita dei malati e dei cosiddetti “caregiver”, i parenti che si prendono cura di loro, anche 2/3 per famiglia. Nonostante questi numeri il nostro Paese investe per la salute mentale meno del 3,5 percento della spesa sanitaria totale, contro il 7 percento degli altri Paesi del G7. Senza dimenticare che l'Italia è l'unico fra essi a non avere più ospedali psichiatrici, ma strutture alternative.