Ancora una volta, il governo italiano dichiara guerra agli Ogm. Sembra che sia uno dei pochi temi su cui è possibile trovare un consenso bipartisan: Alfonso Pecoraro Scanio, nel governo di centrosinistra di Amato, e Gianni Alemanno, nei governi di centrodestra di Berlusconi, avevano infatti senza esitazione decretato, a loro tempo, lo stop alla sperimentazione biotecnologica con organismi geneticamente modificati. Il 12 giugno 2012 la principale coltivazione sperimentale Ogm in corso presso l’Università della Tuscia veniva distrutta, e gli appelli al ministro dell’ambiente Clini – questa volta nel corso del governo tecnico di Monti – cadevano nel vuoto. Ora anche l’inedita forma di governo di larghe intese sembra essere unanimemente d’accordo sul tema. Il ministro dell’agricoltura Nunzia De Girolamo (PDL) ha già incassato il consenso della collega della sanità, Beatrice Lorenzin (PDL), e del ministro dell’ambiente Andrea Orlando (PD) per uno stop alle semine Ogm. Una posizione che però si scontra con l’attuale legislazione comunitaria e che non piace alla comunità scientifica. Come mai allora, sebbene la politica italiana sia così contraria agli organismi transgenici, non manchino resistenze e addirittura normative europee che navigano in senso opposto?

Il problema del MON810

L’Unione europea, a differenza degli Stati Uniti, ha mantenuto una posizione molto cauta sugli Ogm per diversi anni. Dopo una lunga moratoria, nel 2004 la Commissione europea emanava una nuova legislazione consistente principalmente in una rigida politica di etichettatura, per permettere ai consumatori di decidere in modo informato sull’acquisto o meno di prodotti Ogm. In sostanza, comunque, l’Europa oggi permette coltivazioni transgeniche, fatta salva la possibilità degli Stati membri di avvalersi di una clausola di salvaguardia, in basa alla quale è possibile ottenere la sospensione delle colture Ogm in presenza di evidenze di rischi per l’ambiente o per la salute. Il problema sta proprio qui: evidenze in questo senso non ne esistono.

Un campo Ogm in Sicilia. Il governo italiano punta a vietare le coltivazioni transgeniche in tutto il paese.
in foto: Un campo Ogm in Sicilia. Il governo italiano punta a vietare le coltivazioni transgeniche in tutto il paese.

Gli scienziati lo vanno ripetendo da anni. Sono ormai trent’anni che si studiano a livello scientifico le conseguenze sulla salute umana e sull’ambiente dei prodotti transgenici. Nessuno studio serio ha mai dimostrato rischi di sorta. Su queste basi, sia la FAO che l’Organizzazione mondiale per la sanità hanno espresso parere favorevole sull’uso degli Ogm. Pareri che hanno convinto Bruxelles a fare altrettanto. La principale preoccupazione sollevata dal ministro De Girolamo riguarda il MON810. Si tratta dell’unico tipo di mais geneticamente modificato ammesso nelle coltivazioni europee, sviluppato dalla Monsanto. Diversi paesi, tra cui Francia e Germania, ne hanno vietato l’utilizzo. Sul tema c’è un fortissimo dibattito nella comunità scientifica, poiché le sperimentazioni hanno prodotto finora risultati opposti sui rischi sanitari prodotti dal MON810. La maggioranza dei biotecnologi sostiene che i test non evidenzino rischi. Tuttavia, il governo italiano è pronto a chiedere a Bruxelles di rivedere la letteratura scientifica e riconsiderare la sua decisione.

Nel frattempo, l’Italia intende bloccare in via definitiva la semina di Ogm. I ministri paventano la possibilità che i semi transgenici vadano a contaminare le colture tradizionali. Una possibilità infondata: la Monsanto infatti produce appositamente semi che danno vita a prodotti sterili, privi cioè di semi ripiantabili. In questo modo il coltivatore deve necessariamente riacquistare i semi direttamente dal produttore. La possibilità di una diffusione di semi transgenici in colture biologiche è dunque esclusa. Ma proprio la tecnica della multinazionale americana è al centro di forti polemiche. Il nocciolo del dibattito non è il rischio sanitario o ambientale degli Ogm, ma l’impatto economico. A più riprese sono state sollevate accuse sul comportamento della Monsanto in merito alla brevettabilità dei suoi semi. Attivisti internazionali sostengono che l’alto tasso di suicidi tra gli agricoltori in India sia dovuto all’introduzione del cotone transgenico, per la cui coltivazione è necessario acquistare sempre i semi dal produttore, indebitando fino al fallimento gli agricoltori. Studi successivi hanno però dimostrato che questo rapporto tra suicidi e Ogm è inesistente, e che anzi l’introduzione del cotone transgenico ha aumentato le rese incrementando il reddito medio dei contadini.

Ogm: una questione politica, non scientifica

Non si può tuttavia negare che ci sia una questione politica, economica e anche ideologica dietro gli Ogm. Non è un caso che nel 2002 la coltivazione di fragole transgeniche della Tuscia fu distrutta da un gruppo di no-global. Opporsi agli Ogm significa principalmente opporsi all’economia delle multinazionali della biotecnologia. Recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Monsanto nella causa che la vedeva opporsi a un gruppo di coltivatori americani contrari alla brevettabilità dei semi. I semi sono stati prodotti in laboratori e quindi sono sottoponibili a brevetto industriale, hanno ribadito i giudici. La concentrazione del potere economico della produzione transgenica in un ristretto gruppo di multinazionali è il vero, grande rischio della questione Ogm. Contro questo strapotere, s’immagina una battaglia fatta di piccoli coltivatori biologici che arano la terra come facevano i loro nonni. Ma, nel proporre questa visione, si rischia di scivolare nell’ideologia.

I semi ogm della Monsanto devono essere sempre acquistati dal produttore, essendo soggetti a brevetto industriale.
in foto: I semi ogm della Monsanto devono essere sempre acquistati dal produttore, essendo soggetti a brevetto industriale.

È indubbio che l’introduzione degli Ogm abbia avuto un impatto positivo nella produzione alimentare mondiale. Rendendo le piante resistenti ai parassiti attraverso l’innesto nel loro DNA di geni provenienti da altri organismi, è stato possibile ridurre al minimo l’uso di pesticidi e diserbanti. La stragrande maggioranza della produzione agricola italiana ed europea fa invece massicciamente ricorso ai pesticidi, il cui impatto sulla salute è indubbiamente superiore a quello riconosciuto per gli Ogm. L’alternativa all’agricoltura convenzionale – che è a sua volta alternativa all’agricoltura transgenica – è la coltivazione biologica. Vale però la pena ricordare due fatti. Il primo è che tutte le ricerche scientifiche hanno dimostrato che non c’è differenza tra le proprietà nutrizionali di un alimento coltivato biologicamente (quindi senza uso di prodotti chimici artificiali) e quelle di un alimento coltivato con l’agricoltura convenzionale. Il secondo è che, se tutti i coltivatori optassero per il biologico, la produzione alimentare mondiale crollerebbe. Non riusciremmo a coprire il fabbisogno degli attuali 7 miliardi di esseri umani. Come possiamo sperare di riuscirci quando, a metà di questo secolo, saremo diventati 10 miliardi?

Gli Ogm possono essere l’inevitabile alternativa a un mondo affamato. La sfida consiste nel rendere queste coltivazioni più democratiche. La politica dovrebbe fare in modo che la semina transgenica non danneggi i coltivatori tradizionali, chiaramente contrari all’idea di dover spendere cifre significative per acquistare i semi dalle multinazionali. Ma non dovrebbe, la politica, agitare lo spauracchio dei rischi sanitari. Non bisogna dimenticare che quasi tutti i nostri capi di abbigliamento sono fatti in cotone transgenico. Né tantomeno che la stragrande maggioranza del bestiame e del pollame da allevamento cresce con mangimi transgenici, importati dagli altri paesi europei. Quindi, che lo vogliamo o no, nella nostra vita entriamo continuamente in contatto con Ogm, la cui pericolosità dimostrata fino a oggi sarà comunque significativamente inferiore al fumo delle sigarette o alle conseguenze dei campi elettromagnetici dei cellulari che usiamo ogni giorno.