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Il prossimo 19 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti si esprimerà in merito a una causa che tiene col fiato sospeso migliaia di coltivatori americani. La causa “Bowman contro Monsanto” potrebbe rivelarsi infatti decisiva nell’annosa querelle tra i giganti delle biotecnologie per uso agricolo, tra cui appunto la Monsanto, e i tantissimi piccoli e medi coltivatori accusati di utilizzate le sementi transgeniche brevettate dalle multinazionali senza pagare i diritti di brevetto. Un dibattito importante perché realtà come la Monsanto, Dupont e Syngenta controllano quasi il 60% del mercato delle sementi transgeniche e da tempo sostengono la brevettabilità dei loro prodotti OGM che, essendo frutto di tecniche di manipolazione, differiscono dai prodotti naturali e quindi sono sottoponibili a regime proprietario. I contadini devono insomma pagare una percentuale ai produttori se intendono utilizzare quel tipo di semi per la coltivazione.

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Secondo un rapporto appena pubblicato dal Center for Food Safety e dai gruppi promotori della campagna “Salvare i nostri semi”, Monsanto ha denunciato infrazioni ai propri brevetti in 144 casi, che coinvolgono un totale di quasi 500 piccoli coltivatori in almeno 27 stati USA. Nel caso ora al vaglio della Corte Suprema, la ditta Bowman è accusata di aver ripiantato semi di seconda generazione acquistati legalmente da un distributore della Monsanto invece di ricomprarli ex novo. Difatti, a differenza di quanto avviene nelle coltivazioni tradizionali, chi utilizza semi transgenici soggetti a brevetto non può riutilizzarli (o meglio utilizzare i semi dei prodotti cresciuti con quelli di prima generazione), ma pagare sempre il licenziatario acquistando una nuova partita.

Da parte sua, la Monsanto sostiene che casi del genere costituiscono un forte danno al proprio business che permette alle multinazionali di investire milioni di dollari nelle ricerche necessarie a sviluppare semi più resistenti a una vasta gamma di agenti patogeni, garantendo ai coltivatori che li acquistano una maggiore sicurezza di conservare le proprie colture. Secondo uno degli autori del rapporto pubblicato dal Center for Food Safety, Bill Freese, in realtà una buona parte delle sementi OGM in circolazione negli Stati Uniti sarebbe stata prodotta da ricerche pubbliche e non dalle multinazionali private. Vale la pena ricordare che negli USA circa l’86% del mais, l’88% del cotone e il 93% della soia coltivata sono OGM. L’aumento esponenziale dei costi dei semi OGM è, secondo alcuni osservatori, una delle cause dell’incremento dei suicidi dei coltivatori in India, incapaci di sostenere le spese ingenti per l’acquisto di nuovi semi. Proprio per impedire la possibilità di ri-piantare semi di seconda generazione, la Monsanto sta lavorando ai cosiddetti “semi Terminator” che darebbero vita a prodotti con semi sterili.