Sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, nel momento in cui stiamo scrivendo il coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato nel mondo oltre 43 milioni di persone e ne ha uccise più di 1,1 milioni. I dati relativi ai contagi vengono considerati da molti esperti come una sorta di “punta dell'iceberg” della pandemia, poiché moltissime delle persone infettate risultano completamente asintomatiche o paucisintomatiche (hanno sintomi lievissimi); ciò significa che in larga parte non rientrano nelle statistiche ufficiali, i cui numeri sarebbero ampiamente sottostimati. Per capire quanto effettivamente si è diffuso il virus in una data popolazione si possono fare i cosiddetti test sierologici, quelli che vanno a “caccia” degli anticorpi e che dunque indicano in modo più preciso in quanti sono stati effettivamente esposti al virus. Un recente studio condotto su decine di migliaia di persone di Wuhan – la città da cui il virus si è diffuso nel mondo – ha rilevato la sieropositività nel 3,9 percento di esse.

A determinare questa percentuale è stato un team di ricerca cinese guidato da scienziati del Tongji Medical College e dell'Health Management Center dell'Università di Scienza e Tecnologia di Huazhong, che hanno collaborato con i medici dell'ospedale universitario di Tongji. Gli scienziati, coordinati dal professor Anding Liu, docente presso il Centro di Medicina Sperimentale dell'ateneo di Wuhan, hanno coinvolto nello studio trasversale oltre 35mila persone con età pari o superiore ai 18 anni, i cui campioni biologici sono stati raccolti e analizzati tra il 27 marzo e il 26 maggio di quest'anno. Oltre a condurre le indagini cliniche, gli scienziati hanno raccolto anche dati demografici come età, genere e area di residenza per studi di epidemiologia. Dei partecipanti il 49,3 percento era rappresentato da uomini (17.269), mentre il restante 50,7 percento era donna (17.771): l'età media era invece di 36 anni.

Dalle analisi di laboratorio è emerso che nessuno dei partecipanti presentava anticorpi IgM per il coronavirus SARS-CoV-2, ovvero quella classe di immunoglobuline che si sviluppa pochi giorni dopo il contagio; ciò significa che nessuno dei partecipanti aveva avuto un'infezione recente. Il tasso di positività “combinato” per gli anticorpi IgM e IgG (le immunoglobuline neutralizzanti, sviluppate tempo dopo l'infezione) era invece dello 0,7 percento, mentre quello specifico per gli IgG era del 3,2 percento. Il tasso di sieropositività complessiva è stato dunque del 3,9 percento. La stragrande maggioranza delle persone sieropositive è risultata positiva solo per gli anticorpi IgG (80,9 percento), e soltanto lo 0,04 percento dei partecipanti (15 persone su 35mila) ha avuto un test molecolare risultato positivo. Incrociando tutti i dati, è stato determinato che la maggior parte dei positivi viveva nelle aree urbane, era donna e aveva un'età superiore ai 60 anni.

Il dotto Liu e colleghi sottolineano che lo studio ha diversi limiti. Al netto di un campione di grandi dimensioni, infatti, c'erano comunque poche persone con un'età superiore ai 60 anni, inoltre non erano coinvolti bambini, pertanto i risultati non sono rappresentativi dell'intera popolazione di Wuhan. Va anche tenuto presente che la maggior parte dei partecipanti viveva in ambiente urbano, e la differenza emersa con le aree rurali “potrebbe non essere accurata”. I dettagli della ricerca “Seropositive Prevalence of Antibodies Against SARS-CoV-2 in Wuhan, China” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica JAMA Infectious Diseases.