Quando il nostro organismo viene in contatto con un agente estraneo – come un polline o un virus – in grado di scatenare una risposta immunitaria abbiamo a che fare con un cosiddetto antigene. Durante la reazione immunitaria, come specificato dall'istituto Humanitas, all'antigene si legano gli anticorpi o immunoglobuline, proteine a forma di Y prodotte dai linfociti B che hanno lo scopo di difenderci dalle sostanze estranee o dai patogeni penetrati nell'organismo. Esistono varie tipologie di anticorpi in base alla loro “struttura, funzione e distribuzione”, e prendono i nomi di IgG, IgM, IgG etc etc. Grazie alla memoria immunitaria, inoltre, gli anticorpi sono pronti a intervenire nel caso in cui si venisse aggrediti nuovamente dallo stesso patogeno o dalla stessa tossina (ma non sempre questa difesa si conserva per tutta la vita).

La ricerca degli anticorpi che si generano durante l'infezione da coronavirus (la COVID-19) può essere estremamente preziosa per capire se si è stati infettati dal SARS-CoV-2 e anche per sapere se si è sviluppata l'immunizzazione alla patologia, tuttavia questi test non sostituiscono affatto il tampone rino-faringeo, che ha lo scopo di diagnosticare rapidamente l'infezione attraverso l'analisi di campioni biologici, nei quali si ricerca il profilo genetico del patogeno. Come specificato dal Comitato tecnico-scientifico (CTS) impegnato sul fronte dell'emergenza coronavirus in Italia, infatti, “I test basati sull’identificazione di anticorpi (sia di tipo IgM che di tipo IgG) diretti verso il virus Sars-Cov-2 non sono in grado di fornire risultati sufficientemente attendibili e di comprovata utilità per la diagnosi rapida nei pazienti che sviluppano Covid-19, e che non possono sostituire il test classico basato sull’identificazione dell’RNA virale nel materiale ottenuto dal tampone rino-faringeo”.

I test degli anticorpi restano comunque uno strumento molto utile nella lotta al coronavirus, e diversi laboratori – anche privati – li stanno rendendo disponibili ai cittadini. Fra essi vi è anche il Laboratorio Albaro di Genova diretto dal professor Giovanni Melioli, un noto virologo che aveva guidato anche il laboratorio analisi dell'Istituto Giannina Gaslini del capoluogo ligure. “Il test – si legge nel comunicato stampa pubblicato sulla pagina facebook della struttura – si basa su una tecnologia avanzata (chemiluminescenza) e dopo un periodo di validazione presso il nostro laboratorio, risulta essere riproducibile, sensibile e specifico. A differenza dei test manuali, questo metodo è altamente automatizzato e risponde a tutte le caratteristiche di tracciabilità previste per una moderna indagine sierologica”.

In un documento allegato si legge che nel caso in cui si venissero trovati solo anticorpi di tipo IgM, c'è probabilità “molto alta” che il paziente sia stato in contatto col virus in un periodo recente ma superiore a una settimana. Questo perché si deve dare il tempo all'organismo di sviluppare gli anticorpi dopo l'invasione del patogeno. Nel caso in cui venissero invece individuati anticorpi sia IgG che IgM c'è la probabilità “piuttosto alta” che il paziente sia entrato in contatto col virus in un periodo compreso tra i 15 e i 25 giorni antecedenti al prelievo (che viene fatto rigorosamente a domicilio). Infine, nel caso in cui ci fossero solo gli IgG legati alla COVID-19, la probabilità che il paziente sia entrato in contatto col virus “e si sia immunizzato è molto alta”.

Come specificato dal laboratorio, gli anticorpi IgG in molte malattie infettive “identificano la risposta immunologica persistente, che dura anche dopo la fase acuta della malattia”. In pratica, le tipologie di anticorpi riscontrate dai test possono suggerire se si è stati infettati ed eventualmente immunizzati. Ad oggi, comunque, non è ancora noto se l'immunizzazione dal nuovo coronavirus sia definitiva. Ovviamente un paziente sottoposto al test potrebbe non presentare anticorpi, per varie ragioni (in primis quella di non essere stato esposto alla carica virale).

I dubbi dell'associazione microbiologi clinici

I test per individuare gli anticorpi, conosciuti anche col nome di test sierologici, se fatti “a tappeto” sono considerati da molti uno strumento potenzialmente molto prezioso nella lotta al coronavirus, poiché permetterebbero di conoscere la quota della popolazione immunizzata (benché ancora non sia chiaro quanto tempo duri questa “protezione”). Non è un caso che diverse Regioni si stiano muovendo per predisporre strategie di monitoraggio ad ampio raggio. A frenare gli entusiasmi, tuttavia, vi è l'Associazione microbiologi clinici (AMCLI), che in un documento ad hoc ha sottolineato alcuni limiti dei test sierologici. Gli studiosi affermano che “le conoscenze attuali sono modeste, spesso aneddotiche ed i dati sono non conclusivi su: tecnica di rilevazione, cinetica anticorpale, predittività diagnostica e prognostica”; ritengono che i risultati dei test “sono per lo più difficilmente valutabili per la mancanza, spesso dichiarata, dei test di neutralizzazione” e sottolineano che il loro impatto diagnostico “è modestissimo se non fuorviante se è vero che i falsi negativi – con taluni kit – raggiunge la quota dell’80%”. A tal proposito ricordano che il metodo di riferimento per la diagnosi è quello del tampone rino-faringeo. A suffragio di queste considerazioni, i microbiologi sottolineano l'importanza di dare risposte a specifici quesiti che riguardano “specificità, sensibilità e affidabilità” dei test sierologici. “I test che rilevano la presenza di antigeni virali sono in grado di individuare in modo elettivo e sistematico il virus, o possono determinare risultati falsamente negativi?”; “A che distanza dalla comparsa dei sintomi è possibile identificare IgM nel siero dei pazienti?”; “esistono cross-reazioni con altri Coronavirus, responsabili di patologie diffuse e benigne, tali da determinare risultati falsamente-positivi?”; “Per quanto tempo le IgG specifiche perdurano nel tempo?”. Sono tutte domande alle quali, in caso di mancata risposta, si potrebbe giungere a risultati fuorvianti o errati. Alla luce di ciò, sottolineano che “fino alla disponibilità di dati di letteratura certi o di risultati consolidati di valutazioni policentriche non si ritiene opportuno procedere con l’introduzione, in algoritmi operativi, dei test sierologici né per la definizione eziologica di infezione né per valutazioni epidemiologiche di sieroprevalenza”.

La presenza di anticorpi nei liquidi biologici (come il sangue) di una persona guarita dal coronavirus può rilevarsi anche un'arma efficace nel contrasto alla COVID-19. Il plasma ricco di anticorpi dei pazienti guariti, infatti, se infuso nei pazienti può determinare la distruzione del coronavirus e aiutarli a guarire. È un trattamento permesso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in assenza di terapie specifiche contro patologie infettive emergenti, come appunto quella scatenata dal coronavirus. Anche in Italia alcuni istituti si stanno preparando ad utilizzare il plasma dei guariti per trattare i pazienti più gravi, e in prima linea c'è il Policlinico San Matteo di Pavia.