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Come si crea il disastro in Sardegna

Cementificazione selvaggia su un territorio per la gran parte a rischio idrogeologico: ecco come si consente alla natura di vincere, ancora una volta, sull’uomo.
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A cura di Nadia Vitali
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Dopo lo sgomento e la sorpresa che solo una tragedia improvvisa e travolgente come quella verificatasi in Sardegna la scorsa notte può provocare, giunge il momento del disappunto: ci si interroga, spesso con rabbia o amarezza, sulle possibilità che sono state offerte alle povere vittime degli eventi di salvarsi dalla fine orribile. Si punta il dito talvolta contro i soccorsi in ritardo, talaltra contro un clima divenuto sempre più estremo nelle sue imprevedibili manifestazioni; si cerca una spiegazione a quelle meste casualità di cui è costellata la storia dell'umanità che hanno voluto che qualcuno si trovasse in un certo punto ad un certo momento. Eppure non sarebbe del tutto sensato affidare la sciagura della Sardegna interamente nelle mani del destino, non di fronte all'evidenza di un territorio che negli ultimi decenni si è visto sempre più mangiato dal cemento.

Anzitutto una considerazione: è fuor di dubbio come Cleopatra (nomignolo che in molti potrebbero trovare di dubbio gusto, ormai) costituisca un fenomeno meteorologico straordinario nella sua manifestazione e come l'impatto su un qualsiasi territorio di una tale massa d'acqua, caduta in un tempo così breve, difficilmente non avrebbe avuto effetti significativi. Tuttavia è stato anche ampiamente sottolineato come avvenimenti simili non siano del tutto infrequenti nel bacino del Mediterraneo: come dire, giacché non siamo più l'ingenuo uomo che dinanzi alla maestosità della potenza di Madre Natura si limita a dare nomi divini alle intemperie, sarebbe anche opportuno pensare a mettere in campo strumenti adeguati per rispondere ad un'allerta meteo. Certamente non sono cose che si dispongono ed imparano dalla sera alla mattina, ma dinanzi a 16 morti, dispersi ed oltre 2.000 sfollati e danni non ancora quantificabili in termini economici ci si rende conto del fatto che si tratti, probabilmente, di un'esigenza fondamentale.

La prevenzione è un concetto che non riguarda soltanto la sanità: i geologi lo sanno bene e non hanno mai mancato di sottolinearlo in diverse occasioni; al contempo, è facile farsi consigliare dal buonsenso e notare come le spese sostenute in quasi casi per tentare di tamponare i danni risultino normalmente più elevate di quelle che servirebbero a mettere in sicurezza il territorio (per non parlare del danno "umano" delle vite spazzate via dalla furia dell'acqua): ma la mannaia della crisi non ha avuto pietà neanche per i piani di assetto, rispetto ai quali la Regione Sardegna ha proprio recentemente tagliato un milione e mezzo di euro. Già tempo fa i geologi hanno fatto presente come siano oltre sei milioni gli abitanti della penisola esposti alle alluvioni e quasi un milione quelli che potrebbero essere vittime di fenomeni franosi: un territorio del quale è nota la fragilità, quello italiano, sul quale grava la pesante ipoteca del cambiamento climatico che, secondo le più pessimistiche previsioni, stravolgerà i nostri climi entro trent'anni. Che tuttavia non può essere considerato il jolly per tutte le occasioni drammatiche, utile a scaricare le responsabilità in un altrove indefinibile di emissioni gassose di cui siamo responsabili solo in minima parte di fronte alla vastità del mondo e della sua atmosfera contaminata.

«Ad esempio l’urbanizzazione sfrenata, ha eroso dal 1985 ad oggi ben 160 km di litorale. I numeri recentemente pubblicati nell'Annuario dei Dati ambientali 2012 dell’Ispra parlano chiaro: se in Italia per oltre 50 anni si sono consumati in media 7 mq al secondo di suolo, oggi se ne consumano addirittura 8 mq al secondo. Significa che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e di Firenze. Per non parlare degli incendi, il 72% dei quali risulta essere di natura dolosa, il 14% di natura colposa e il restante 14% di natura dubbia. Da tempo i geologi chiedono l’istituzione di una commissione che possa affrontare tali problematiche» afferma Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi in un comunicato significativamente intitolato Nel 2013 non si può morire così.

Per quanto riguarda la regione Sardegna, inoltre, l'aggressione ai danni del territorio costituisce una doppia colpa poiché la quasi totalità dei Paesi dell'isola, circa l'80% del totale della superficie corrispondente a 306 comuni, è ad alto rischio idrogeologico: il problema è che non ci vuole né un grosso sforzo di immaginazione né un radicato cinismo per supporre che quando l'inferno d'acqua sarà diventato un ricordo per i più, il dio cemento ricomincerà a dettare le proprie leggi anche in Sardegna, chiudendo corsi d'acqua e divorando ulteriori territori. Per altro, secondo i dati resi noti dal Cnr l'isola conta una percentuale di precedenti morti in seguito ad alluvioni che sarebbe addirittura doppia rispetto a quella della media nazionale, calcolata dal 1963 ad oggi, a risaltare ancora una volta una situazione specificamente rischiosa che necessiterebbe di attenzione e monitoraggio costanti. Spiega il geologo Fausto Pani riportato da Wired.it:

Purtroppo la cattiva gestione del territorio non è un problema che nasce oggi, ma esiste da almeno da una trentina d'anni. Certamente se noi avessimo curato certi aspetti come il mantenimento delle pertinenze idriche, il rispetto per i corsi d’acqua e la stabilita dei versanti, le cose sarebbero andate diversamente. Nel corso degli anni abbiamo costruito troppo vicino ai corsi d'acqua e troppo in basso. E ora dobbiamo mettere in condizioni di sicurezza questi luoghi. Ma farlo costa tanti soldi.

In particolare, le situazioni più potenzialmente pericolose nascono da strutture ed infrastrutture edificate a partire dagli anni '60 e nei decenni successivi: oggi è tutto più relativamente controllato ma apportare rimedio agli errori del passato resta comunque una necessità di prim'ordine. Anche se, purtroppo, all'indomani del lutto che ha colpito la Sardegna, la tentazione di pensare che sia comunque troppo tardi resta piuttosto forte.

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