Avere un'idea chiara di come si sta diffondendo la pandemia di COVID-19 in una data comunità è fondamentale per approntare le misure anti contagio, da inasprire o allentare in base alla curva epidemiologica. Sapere qual è la percentuale di positivi al coronavirus SARS-CoV-2 rapportata al numero di tamponi effettuati – il cosiddetto “tasso di positività” – è sicuramente un'informazione preziosa per chi deve prendere queste decisioni, ma se il dato non viene contestualizzato c'è il rischio di dargli un'importanza ben superiore a quella che effettivamente ha, spesso enfatizzata dai media. Basti pensare che con la recente introduzione dei test antigenici rapidi nel calcolo quotidiano del Ministero della Salute, dopo mesi di bollettini che riguardavano i soli “tamponi molecolari” oro-rinofaringei legati alla PCR, il tasso di positività è letteralmente crollato da un giorno all'altro, mettendo in luce tutti i limiti statistici di un dato che deve necessariamente essere inserito in un contesto.

Come indicato il tasso di positività è legato al numero di tamponi che si effettuano ogni giorno, ed è dunque fortemente influenzato dalla nostra capacità di testare. A maggior ragione in un momento in cui il tracciamento dei contatti è saltato a causa della diffusione massiccia del virus, come affermato dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS). Se in un giorno potessimo fare 10 milioni di tamponi invece che 200mila, avremmo sicuramente un dato sensibilmente diverso, anche perché si andrebbe a coinvolgere un numero considerevole di asintomatici, che rappresentano una fetta significativa dei positivi e che spesso sfuggono alla rete dei controlli. Non è un caso che molti focolai siano partiti proprio dagli asintomatici, non solo tra le persone ma anche negli zoo, come dimostrano i contagi di questi gorilla, suggerendo che il virus ha una notevole capacità di diffondersi anche da persone che non manifestano sintomi.

In linea di principio un tasso di positività basso è indice che la diffusione del virus è perlopiù sotto controllo, mentre se un'ampia percentuale di tamponi risulta positiva è maggiore il rischio che la circolazione sia significativa. Il Ministero della Salute ha deciso di introdurre nel nuovo conteggio i tamponi antigenici rapidi proprio per avere un quadro più esaustivo della diffusione virale, sebbene vi sia un rischio da non sottovalutare in termini di sensibilità. Recentemente i test antigenici sono stati equiparati ai molecolari dal punto di vista dell'efficacia diagnostica, tuttavia è noto che i primi possono essere decisamente meno sensibili e specifici, in particolar modo se di prima o seconda generazione, con un rischio significativo di falsi negativi. Nel documento del Ministero della Salute “Aggiornamento della definizione di caso Covid-19 e strategie di testing” è stato indicato che i test antigenici coinvolti nel conteggio devono avere “una sensibilità superiore all'80 percento e una specificità superiore al 97 percento”, ha specificato all'ANSA virologo Francesco Broccolo dell'Università di Milano Bicocca. “Il rischio di conteggiare insieme tutti i test, compresi quelli notevolmente meno sensibili di prima e seconda generazione, è di avere una positività certamente viziata da questa sensibilità inferiore: per esempio, su 250.000 tamponi complessivi potrebbe esserci una quota di falsi negativi stimabile in almeno 10-20%, il cui numero dipenderà dalla distribuzione di test antigenici e molecolari sul computo totale dei test effettuati. Stiamo assistendo ad un aumento dell'utilizzo dei test antigienici, perché rapidi e facili da effettuare in farmacie, drive-in, poliambulatori”, ha spiegato lo scienziato.

Da quanto sono stati introdotti i test antigenici, lo scorso 15 gennaio, com'era facilmente intuibile si è verificato un crollo del tasso di positività, che è passato da oltre il 10 percento al 5 percento circa. A fronte di 273.506 tamponi (156.647 molecolari e 116.859 antigenici) sono stati identificati 16.146 positivi, con un tasso di positività del 5,9 percento, rispetto al 10,7 percento del giorno precedente. Se si fosse tenuto conto dei soli molecolari il tasso di positività sarebbe rimasto in linea con quello del 14 gennaio (10,3 percento). A influenzare il tasso di positività anche chi si decide di testare. Durante la prima ondata, ad esempio, si testavano praticamente le sole persone sintomatiche, dunque il tasso di positività era letteralmente alle stelle. Inoltre molti tamponi positivi sono quelli di persone delle quali è già noto il contagio, e che continuano a sottoporsi ai test in attesa della negatività. Proprio perché il tasso di positività viene fortemente influenzato da molteplici fattori, le differenze tra le singole regioni che si evidenziano ogni giorno potrebbero essere molto meno rilevanti di quel che si crede. Ecco perché il tasso di positività non può essere considerato un parametro assoluto per determinare lo stato di rischio di una determinata comunità, ma solo uno dei tanti di cui gli esperti devono tener conto per analizzare l'andamento della pandemia.