Credits: NASA’s Goddard Space Flight Center Scientific Visualization Studio, the Space Weather Research Center (SWRC) and the Community–Coordinated Modeling Center (CCMC), Enlil and Dusan Odstrcil (GMU)
in foto: Credits: NASA’s Goddard Space Flight Center Scientific Visualization Studio, the Space Weather Research Center (SWRC) and the Community–Coordinated Modeling Center (CCMC), Enlil and Dusan Odstrcil (GMU)

Lo scorso 14 luglio, la sonda NASA New Horizons ci ha regalato le migliori foto di Plutone e della sua superficie rocciosa, consentendo agli scienziati di accedere a nuove conoscenze relative alla geologia, alla composizione e all'atmosfera del Pianeta nano. Ma ancor prima dell'incontro ravvicinato, il veicolo spaziale ha lavorato per tre anni, raccogliendo informazioni relative all'ambiente spaziale del Sistema Solare esterno e colmando, così, una lacuna presente tra le missioni che si sono avvicinate maggiormente al Sole e quello che è stato osservato grazie alle due sonde Voyager, da tempo ormai in navigazione verso i misteriosi territori che si trovano al di là del Sistema Solare.

Cosa accade nel Sistema Solare esterno?

Con nuovo studio, infatti, un gruppo di astronomi si sta occupando di analizzare i dati relativi alle misurazioni del vento solare, quel flusso ininterrotto di particelle che viene emesso dall'atmosfera del Sole, del quale sono state ben studiate le caratteristiche relativamente al Sistema Solare interno ma che presenta ancora troppi punti oscuri in relazione a regioni così distanti dalla nostra Stella madre. Ad esempio sappiamo che eventi improvvisi, come espulsioni massicce di massa coronale, possono essere all'origine di fenomeni come tempeste magnetiche o aurore, a causa dell'interazione tra le particelle e campo magnetico ed atmosfera. Ma cosa accade lì in fondo, dove si trova Plutone?

Il lungo viaggio di New Horizons

New Horizons ha collezionato dettagli relativi all'ambiente spaziale per oltre un miliardo di chilometri, in pratica da poco oltre l'orbita di Urano fino al suo incontro con Plutone. Quello che ha avuto modo di registrare non è poi così dissimile da quanto aveva osservato già Voyager 2: a cambiare, però, è stato il numero di eventi, decisamente più alto all'epoca della prima sonda spaziale, in ragione di un'attività solare molto più intensa incontrata da Voyager 2 durante il suo passaggio.

Cosa fa il vento solare?

Voyager 2, così come la stessa Voyager 1, avevano già avuto modo di rilevare la presenza di cosmici anomali, probabile frutto di un'iniziale esplosione di energia delle particelle di vento solare, che agisce come un'accelerazione che le spinge oltre la loro velocità primaria. L'ambiente spaziale risulta influenzato dal vento e dall'attività solare in generale ma in regioni così remote è molto più complesso riuscire a ottenere lo stesso livello di precisione osservabile nel Sistema Solare interno. Adesso New Horizons ha fornito un grande strumento alla comunità scientifica che, grazie alle informazioni raccolte dalla sonda, potrà soffermarsi sui meccanismi di propagazione del vento solare e cercare di comprendere, con maggiore ricchezza di dettagli, cosa accade al flusso di particelle, una volta giunto in questi luoghi di confine.