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Le cellule umane e gli organismi più semplici – come ad esempio i vermi nematodi – quando sono sottoposti a lievi forme di stress reagiscono adattandosi meglio a future condizioni stressanti, generano in pratica una sorta di ‘scudo' che offre migliori garanzie di sopravvivenza nel caso in cui dovessero cambiare le condizioni ambientali. Grazie a uno studio condotto da ricercatori del Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute di La Jolla (California), si è scoperto che i benefici offerti da bassi livelli di stress sono strettamente connessi all'autofagia cellulare o autofagocitosi, un meccanismo di ‘pulizia e rimozione' che elimina frammenti di citoplasma danneggiati per reinvestirli sotto forma di nuove molecole o semplice energia.

Il team di ricerca americano, coordinato dalle biologhe Malene Hansen e Caroline Kumsta, lo ha dimostrato analizzando il comportamento di Caenorhabditis elegans, un verme nematode fasmidiario molto utilizzato nella ricerca scientifica grazie alle sue caratteristiche. È innanzitutto trasparente, quindi è possibile osservare ciò che accade nel suo interno; ha un ciclo di vita di poche settimane che permette di analizzare i processi di invecchiamento, ma soprattutto possiede geni e funzioni molecolari in parte assimilabili a quelli della nostra specie, un dettaglio che lo rende un classico ‘organismo modello' da laboratorio.

Gli studiosi hanno tenuto alcuni vermi nematodi per un'ora a 36° centigradi, una temperatura molto superiore rispetto a quella in cui normalmente sopravvivono; ciò ha intensificato i processi di autofagia cellulare. Dopo alcuni giorni hanno esposto gli stessi vermi a temperature ancora superiori, questa volta assieme a un gruppo di controllo che non aveva subito il primo trattamento. Dalle analisi è emerso che i nematodi con autofagia intensificata hanno risposto molto meglio in termini di salute e longevità rispetto agli altri. “La nostra scoperta – ha sottolineato la Kumsta – suggerisce che l'esposizione al calore per breve periodo aiuta ad alleviare l'aggregazione proteica”. “Ciò è emozionante – ha proseguito la ricercatrice – perché potrebbe portare a nuovi approcci per rallentare l'avanzata di malattie neurodegenerative come la corea di Huntington”. I dettagli dello studio, dal quale potrebbero beneficiare anche i malati dei morbi di Alzheimer e Parkinson, sono stati pubblicati su Nature Communications.

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