crediti ESO
in foto: crediti ESO

Il primo ad osservarlo e a prendere nota della sua esistenza tra i suoi scritti fu Tolomeo che, nel 130 d. C., lo descrisse come «una nebulosa che segue l'aculeo dello Scorpione»: eppure il grande astronomo alessandrino dovette accontentarsi di una visione assai meno spettacolare di quella di cui oggi possiamo disporre grazie alla nostra raffinata tecnologia. Ad occhio nudo si rileva poco più di una macchia di luce dalla forma ovale che si staglia sullo sfondo già brillante della Via Lattea: ma le immagini catturate dallo strumento WFI (Wide Field Imager) montato sul telescopio da 2,2 metri dell’MPG/ESO presso l’Osservatorio di La Silla, in Cile, hanno rivelato una sorprendente bellezza brillante, tale da rassomigliare ad una distesa di diamanti inafferrabili nelle immensità del cielo.

Stelle di mezza età

L'ammasso stellare aperto Messier 7, così chiamato dall'astronomo francese Charles Messier che lo catalogò nel 1764 e noto anche come NGC 6475, è uno dei più grandi e luminosi dei nostri cieli e, in virtù della facilità con cui è possibile osservarlo, è sempre stato oggetto di ricerche da parte degli astronomi. A circa 800 anni luce da noi, si compone di un centinaio di stelle che occupano una regione di circa 25 anni luce. Ha circa 200 milioni di anni, dato che ne fa «un tipico ammasso aperto di mezz'età»: le stelle più luminose visibili in fotografia, che costituiscono circa un decimo di tutte quelle presenti, saranno quelle che esploderanno violentemente come supernove quando l'invecchiamento cosmico avrà i suoi effetti anche su di esse. Successivamente e in conseguenza a ciò, spiegano gli scienziati dell'ESO, le stelle più deboli (di numero assai superiore) daranno inizio ad un processo di allontanamento alla fine del quale non sarà più possibile riconoscerle come facenti parte del medesimo ammasso. Nulla che sarà possibile osservare da noi, in ogni caso.

Diamanti dalla polvere

Ammassi aperti del genere si originano da grandi nubi cosmiche di gas e polveri all'interno della galassia ospitante: insomma, ad unire le Stelle c'è il fatto di essersi formate più o meno nello stesso luogo e nello stesso momento. Da qui deriva il grande interesse per l'astronomia degli ammassi: dal momento che gli oggetti celesti al loro interno hanno tutti la stessa età e la medesima composizione chimica, sono fondamentali per condurre studi sull'evoluzione stellare. Di questa nube dalla quale sarebbe nato l'ammasso non resta più niente in Messier 7: nonostante la presenza nell'immagine di strisce di polvere che attraversano lo sfondo, infatti, non si tratta dei resti sfilacciati della "culla" dell'ammasso. Questo perché, dalla nascita di Messier 7, la Via Lattea ha già quasi portato a termine una rotazione completa, «con conseguente riorganizzazione delle stelle e della polvere»: insomma, la polvere "catturata" dal telescopio è presente lì per caso.

Con l'aiuto di un binocolo, l'ammasso di Tolomeo diventa già perfettamente visibile; bastano due lenti per trasformare la luce chiara in Stelle distinguibili l'una dall'altra. Certo, non si può sperare di riuscire a cogliere i diamanti scintillanti che è in grado di osservare il WFI, ma uno sguardo, questo meraviglioso «ammasso di stelle grossolanamente sparpagliate», secondo la descrizione che ne fece l'astronomo inglese John Herschel nel XIX secolo dopo averlo ammirato attraverso il proprio telescopio, se lo merita comunque.