Nei giorni scorsi i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention – CDC) americani hanno pubblicato le nuove linee guida per le persone completamente vaccinate contro il coronavirus SARS-CoV-2, cioè per tutti coloro che hanno superato i 15 giorni dalla somministrazione dalla seconda dose (come nel caso dello Pfizer e del Moderna) o dell'unica del Johnson & Johnson. Dopo quel lasso di tempo, infatti, l'attivazione della risposta immunitaria diventa ottimale, pertanto si ottiene la maggiore protezione dalla COVID-19. Per tutti coloro che si trovano in questa condizione, i CDC indicano che non devono più indossare le mascherine all'aperto e al chiuso, così come non hanno più l'obbligo di rispettare il distanziamento fisico dagli altri. Insomma, i vaccinati negli Stati Uniti possono tornare ad abbracciarsi e a comportarsi (quasi) come prima dello scoppio della pandemia.

Ci sono infatti alcune eccezioni legate a luoghi sensibili – come trasporti pubblici, ospedali, case di riposo (RSA) e specifici contesti lavorativi – in cui la mascherina resta obbligatoria indipendentemente dall'immunizzazione, ma soprattutto esistono categorie di persone per le quali il dispositivo di protezione individuale può ancora rappresentare una misura salvavita, nonostante il vaccino. Non a caso sono proprio i CDC a sottolineare quanto segue: “Se hai una condizione o stai assumendo farmaci che indeboliscono il tuo sistema immunitario, potresti NON essere completamente protetto anche se sei completamente vaccinato. Parla con il tuo medico”, si legge nel documento dei CDC, il cui ultimo aggiornamento è stato effettuato domenica 16 maggio. Alla luce di ciò, "anche dopo la vaccinazione, potrebbe essere necessario continuare a prendere tutte le precauzioni". Come appunto continuare a indossare la mascherina.

Ma chi sono queste persone? Si tratta sostanzialmente di soggetti immunocompromessi/immunodepressi, che a causa dei farmaci che assumono o di determinate malattie potrebbero non rispondere efficacemente all'inoculazione del vaccino. Tra i medicinali immunosoppressori più noti vi sono quelli somministrati a coloro che ricevono un trapianto d'organo, al fine di ridurre il rischio di rigetto. Il recente studio “Immunogenicity of a Single Dose of SARS-CoV-2 Messenger RNA Vaccine in Solid Organ Transplant Recipients” pubblicato sulla rivista Research Letters da scienziati dell'Università Johns Hopkins, ad esempio, ha dimostrato che chi aveva ricevuto un trapianto ed era stato trattato con i vaccini anti Covid a mRNA (Pfizer-BioNTech e Moderna-NIAID) aveva meno probabilità (- 63%) di sviluppare una risposta anticorpale adeguata. La ragione risiedeva principalmente nella terapia a base di farmaci immunosoppressori, come azatioprina, tacrolimus, everolimus; corticosteroidi, micofenolato, e sirolimus.

Ma sono numerosi i farmaci che possono abbattere la “prontezza” del sistema immunitario, come i chemioterapici, gli immunoterapici e quelli di altre classi utilizzati per combattere i tumori e altre patologie. “Oltre alla chemioterapia, alcuni tipi di immunoterapia, trapianti di cellule staminali o di midollo osseo e altri farmaci possono indebolire gravemente il sistema immunitario”, ha dichiarato alla CNN la professoressa Laura Makaroff, vicepresidente presso la sezione di Prevenzione e Diagnosi precoce dell'American Cancer Society (ACS). Anche i pazienti con malattie autoimmuni – come la psoriasi, l'artrite reumatoide e il morbo di Chron – trattati con farmaci per “tenere a bada” il sistema immunitario aggressivo potrebbero non rispondere bene ai vaccini anti Covid, come sottolineato dal professor Cedric Rutland. Lo studio “Glucocorticoids and B Cell Depleting Agents Substantially Impair Immunogenicity of mRNA Vaccines to SARS-CoV-2” ha rilevato che i glucocorticoidi – farmaci utilizzati contro le malattie autoimmuni – possono ridurre fino a tre volte le concentrazioni di anticorpi anti Covid.

Ma non sono solo i farmaci a catalizzare il rischio di non rispondere adeguatamente alla somministrazione del vaccino. Tra le condizioni di salute in grado di ridurre o addirittura compromette l'efficacia della risposta immunitaria figurano anche il comune diabete, l'obesità, il cancro, l'AIDS (il cui acronimo significa proprio sindrome da immunodeficienza acquisita) e altre ancora. Pertanto tutti coloro che assumono i medicinali considerati a rischio e che soffrono di condizioni in grado di influenzare la risposta immunitaria dovrebbero consultare il proprio medico prima di rinunciare alle misure anti contagio come la mascherina, qualora dovessero essere ritirato l'obbligo. Al momento, comunque, l'allentamento di questa restrizione è entrato in vigore solo negli Stati Uniti e in altri Paesi, ma non in Italia. In base a quanto recentemente annunciato dal sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, nel nostro Paese l'obbligo di mascherina all'aperto potrebbe essere rimosso quando almeno 30 milioni di persone avranno ricevuto almeno la prima dose del vaccino.