Entro un anno dalla diagnosi di cancro il rischio di suicidio aumenta sensibilmente nei pazienti, con una media rilevata 2,5 volte superiore rispetto al dato atteso per la popolazione generale, tuttavia l'entità della statistica è influenzata dal tipo di tumore rilevato. Lo ha determinato un team di ricerca internazionale guidato da studiosi dell'Università Ain Shams del Cairo, in Egitto, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Cleveland Clinic Foundation, del Dipartimento di Oftalmologia presso l'Università Medica di Berlino e del Dipartimento di Psichiatria della Scuola Medica di Harvard.

Gli scienziati, coordinati dal professor Anas Saad, hanno analizzato statisticamente i dati di circa 4,7 milioni di pazienti con diagnosi di cancro effettuata tra il 2000 e il 2014, tutti inseriti nel programma di ricerca Surveillance, Epidemiology and End Results. A un anno dalla diagnosi in 1.585 si sono tolti la vita. Dalle cartelle cliniche dei pazienti, Saad e colleghi hanno potuto estrapolare le percentuali di rischio per la specifica tipologia di cancro rispetto a quello della popolazione globale.

La diagnosi della neoplasia che ha avuto un impatto maggiore è stata quella del carcinoma al pancreas, con un rischio di suicidio rilevato 8,01 volte superiore rispetto a quello della popolazione globale; a seguire il diffuso tumore polmonare con un rischio superiore di 6,05 volte. Anche il carcinoma del colon-retto ha evidenziato un aumento del rischio di suicidio di 2,08 volte, mentre il cancro al seno e quello alla prostata non hanno avuto un impatto significativo sotto questo punto di vista.

Negli Stati Uniti il suicidio rappresenta la decima causa di morte e molto spesso sono coinvolti pazienti oncologici; alla luce di questi dati drammatici gli autori dello studio sottolineano l'importanza del supporto psicologico ed emotivo delle persone provate da questa terribile sfida. Il riferimento non è solo ai servizi di salute mentale, che devono attivarsi prontamente per salvare vite umane, soprattutto entro i primi sei mesi dalla diagnosi. Secondo gli autori della ricerca, infatti, oltre agli operatori sanitari vanno formati anche i familiari dei malati, al fine di fornire un'adeguata assistenza psicologica durante il periodo di cura. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Cancer.