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Attaccare la massa tumorale con una corrente alternata a bassa intensità per “friggere” le cellule malate e favorire l'azione dei farmaci chemioterapici. Il tutto grazie all'azione degli ultrasuoni, di materiali piezoelettrici (che generano un campo elettrico dopo essere essere stati deformati) e nanoparticelle trasformate in “missili guidati” per colpire esattamente le cellule cancerose, senza danneggiare quelle sane. Non è fantascienza, ma un'avveniristica tecnica anti-cancro sperimentale messa a punto da ricercatori italiani, che hanno ottenuto promettenti risultati con test in vitro, cioè su tumori coltivati in provetta.

Orgoglio nazionale. A sviluppare l'innovativa procedura un team di ricerca guidato da scienziati dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IiT), che hanno collaborato con i colleghi del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale del Politecnico di Torino, dell'Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant'Anna, dell'European Laboratory for Nonlinear Spectroscopy (LENS), dell'Istituto Nazionale di Ottica e dell'Università di Firenze.

Tecnica precisa ed efficace. Gli scienziati, coordinati dai professori Attilio Marino e Gianni Ciofani, sapevano che compromettere i canali ionici del calcio e del potassio delle cellule cancerose con un campo elettrico poteva favorire la loro distruzione, tuttavia colpirle con precisione senza danneggiare quelle dei tessuti sani limitrofi era un ostacolo non indifferente. Per aggirarlo gli studiosi italiani hanno innanzitutto creato nanoparticelle in materiale piezoelettrico, in grado di produrre un debole campo elettrico quando colpito da ultrasuoni, e successivamente le hanno rivestite di un polimero con anticorpi che si legano perfettamente al recettore delle cellule cancerose. In altri termini, hanno trasformato le nanoparticelle in "missili guidati" che si attaccano alle cellule malate e che si attivano quando stimolati dagli ultrasuoni.

Un'arma contro il cancro al cervello. Negli ultimi test Ciofani e colleghi hanno creato nanoparticelle biocompatibili studiate per bombardare specificatamente le cellule di un cancro al cervello, il glioblastoma multiforme. Sono realizzate in titanato di bario (sicuro poiché privo di piombo) e ricoperte con gli anticorpi della transferrina, che si legano al recettore omologo presente sulle cellule cancerose. Dopo aver fatto sviluppare dei tumori cerebrali in provetta li hanno bersagliati con queste nanoparticelle attivando i campi elettrici con gli ultrasuoni, e nel frattempo hanno somministrato un farmaco chemioterapico chiamato temozolomide. Grazie all'azione combinata è stato abbattuto il tasso di proliferazione delle cellule malate e il medicinale ha agito con maggiore efficacia. Ciofani e colleghi avevano rivestito i tumori di tessuto endoteliale per replicare persino la barriera ematoencefalica, che i farmaci devono riuscire a superare per poter agire sul tessuto cerebrale. Per questo le nanoparticelle erano di circa 300 nanometri di dimensione.

Un trattamento sperimentale. Prima di poter applicare in ambito clinico (cioè sull'uomo) una simile procedura saranno necessari altri anni di ricerca e soprattutto test in vivo; quelli in vitro, del resto, sono decisamente più semplificati rispetto al complesso modello di un vero organismo. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Colloid and Interface Science.