Agendo sulle cellule del tessuto connettivo tumorale è possibile rendere curabili le forme più aggressive di cancro al seno, attivando la sensibilità alle terapie ormonali. In altri termini, si può aprire una ‘breccia' in quei tumori che richiedono pesantissimi – e potenzialmente dannosi – cicli di chemioterapia, trasformandoli in neoplasie molto più agevoli da trattare e curare. Lo ha scoperto un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Cancer Center presso l'Università di Lund, Svezia, che sta mettendo a punto un innovativo trattamento farmacologico in collaborazione con i colleghi del Karolinska Institutet di Stoccolma, dell'Ospedale Universitario di Bonn (Germania) e dell'Olivia Newton-John Cancer Research Institute di Melbourne (Australia).

Com'è noto esistono diverse tipologie di cancro al seno, la maggior delle quali (il 70 percento) sensibile agli ormoni e dunque trattabile con terapie ad hoc. Una piccola parte di questi tumori, compresa tra il 10 e il 15 percento delle diagnosi totali, non risponde tuttavia ai trattamenti ormonali, e una volta asportati hanno anche un rischio elevato di recidiva. Tra essi vi è il carcinoma mammario basale. Poiché il cancro al seno è uno di quelli con la maggior concentrazione di tessuto connettivo, i ricercatori coordinati dal professor Kristian Pietras hanno pensato che in esso potesse esservi la chiave per ‘scardinare' la resistenza del cancro.

I tumori con le prognosi più infauste, ha spiegato Pietras, hanno normalmente livelli elevati di un fattore di crescita, il PDGF-CC, che mette in comunicazione le cellule cancerose con quelle del tessuto connettivo. Bloccando questo fattore di crescita e impedendo alle cellule di comunicare fra loro in appositi esperimenti, i ricercatori hanno scoperto che i tumori aggressivi diventano altamente sensibili alla terapia ormonale tradizionale. Partendo dai risultati dei test condotti in laboratorio, Pietras e colleghi stanno mettendo a punto un farmaco che potrebbe rivoluzionare le cure per le forme di cancro più aggressive e letali. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sul sito dell'università svedese e sulla prestigiosa rivista Nature Medicine.