Identificata una nuova forma di depressione legata alla concentrazione di uno specifico recettore ormonale e non a quella delle sostanze tipicamente associate a questa patologia psichiatrica. Ciò apre le porte al potenziale sviluppo di farmaci innovativi che potrebbero essere efficaci nel 30 percento dei pazienti che non risponde alle terapie standard. A individuare questa variante del disturbo depressivo un team di ricerca giapponese dell'Università di Hiroshima.

Gli studiosi, coordinati dalla professoressa Yumiko Saiko, docente presso la Scuola di specializzazione in arti e scienze integrate dell'ateneo nipponico, hanno individuato il nuovo, possibile bersaglio farmaceutico dopo aver condotto esperimenti con cellule umane in coltura e sui topi. Per comprendere come hanno agito, è doveroso soffermarsi sul ‘funzionamento' della maggioranza dei farmaci antidepressivi. Negli anni '50 del secolo scorso, grazie a un farmaco per abbassare la pressione arteriosa e uno per la tubercolosi, i ricercatori compresero che alla base della depressione vi era una componente biologica, legata a una riduzione di due neurotrasmettitori: la serotonina e la noradrenalina, appartenenti alla famiglia delle monoammine. Benché ancora oggi la condizione non sia del tutto compresa, circa il 90 percento dei farmaci antidepressivi si basa proprio sulla regolazione di questi due neurotrasmettitori. Essi, tuttavia, nel 30 percento dei pazienti non hanno alcun effetto, di conseguenza deve esserci un'altra variante della depressione legata a una differente componente biologica. Ed è qui che entra in gioco la ricerca giapponese.

Saiko e colleghi da studi precedenti avevano scoperto che la proteina RGS8 ha un ruolo nel controllare un recettore ormonale chiamato MCHR1 (Melanin-concentrating hormone receptor) presente in tutti i mammiferi, tra le cui funzioni vi è la regolazione del sonno, dell'alimentazione e dell'umore. Da test condotti in laboratorio, gli scienziati giapponesi hanno dimostrato che RGS8 inattiva MCHR1 nelle cellule in coltura; da qui l'intuizione che una minor concentrazione della proteina RGS8 potesse essere legata al disturbo depressivo maggiore.

Per far emergere questo legame, Saiko e colleghi hanno condotto alcuni esperimenti con i topi, sia geneticamente modificati che normali, evidenziando che diverse concentrazioni della proteina RGS8 modificano il comportamento degli animali. In parole semplici, per determinare lo stato di depressione in un topo si fanno test di nuoto e si calcolano i tempi di immobilità degli animali, laddove periodi più lunghi di inattività corrispondono alla depressione. Gli scienziati nipponici, somministrando farmaci in grado di regolare MCHR1 (attraverso RGS8) e i due neurotrasmettitori noradrenalina e serotonina, hanno dimostrato che lo stato depressivo dei topi era legato al recettore ormonale e non alle due monoammine. “Questi topi hanno mostrato un nuovo tipo di depressione”, ha dichiarato la professoressa Saito.

Come ultimo esperimento hanno analizzato il tessuto cerebrale dei topi, evidenziando che quelli con una concentrazione maggiore di RGS8, oltre a mostrare un comportamento meno depresso, avevano anche cilia più lunghe nell'area dell'ippocampo chiamata CA1. Le cilia sono piccoli organelli che le cellule utilizzano per comunicare, le cui disfunzioni sono associate a obesità, patologie renali e altre condizioni. Tutte queste informazioni, dalle dimensioni delle cilia agli effetti della proteina RGS8 nel controllo del recettore ormonale MCHR1, potrebbero portare allo sviluppo di nuovi farmaci contro la depressione ‘alternativa'. I dettagli della ricerca giapponese sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Neuroscience.

[Credit: xusenru]