Attraverso singole iniezioni praticate nel midollo spinale gli scienziati sono riusciti a bloccare la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) nei topi. Si tratta di un risultato straordinario che apre le porte a trattamenti clinici potenzialmente rivoluzionari, anche perché non sono stati osservati effetti collaterali importanti e il blocco della progressione della patologia – o della sua insorgenza, quando le iniezioni venivano praticate prima dell'emersione dei sintomi – è risultato significativo e duraturo. Prima della sperimentazione sull'uomo, tuttavia, i test di sicurezza dovranno essere effettuati su animali di grandi dimensioni e più simili alla nostra specie, per sapere se davvero ci troviamo innanzi a una vera cura per la patologia neurodegenerativa (ad oggi incurabile).

Il promettente risultato è stato ottenuto da un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Neurogeneration Laboratory presso l'Università della California di San Diego, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Istituto di Neurobiologia dell'Accademia Slovacca delle Scienze, dell'Istituto di Fisiologia e Genetica Animale di Liběchov (Repubblica Ceca), del Salk Institute for Biological Studies e di altri centri di ricerca. Gli scienziati, coordinati dal professor Martin Marsala, docente presso il Dipartimento di Anestesiologia dell'ateneo di La Jolla, sono riusciti a bloccare la SLA – conosciuta anche come morbo di Lou Gehrig o malattia dei motoneuroni – servendosi di un molecola di RNA artificiale in grado di “silenziare” il gene mutato responsabile della patologia, chiamato SOD1. Si ritiene che oltre 200 mutazioni di questo gene siano alla base della SLA, una malattia che determina la progressiva perdita del controllo muscolare e con essa la capacità di muoversi, parlare, mangiare e respirare. Moltissimi pazienti muoiono nei primi anni dopo la diagnosi.

Come indicato, Marsala e colleghi hanno iniettato la molecola direttamente nel midollo spinale dei topi in due siti specifici. Per farlo si sono serviti di un vettore, un virus adeno-associato reso innocuo in laboratorio. Simili virus inattivati sono già regolarmente utilizzati in trattamenti all'avanguardia, come quello eseguito presso la Clinica Oculistica dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli che ha permesso a due bambini affetti da una rara forma di distrofia retinica ereditaria di recuperare la vista. Le iniezioni sono state praticate sia prima della comparsa dei sintomi nel modello murino della SLA, che dopo, a neurodegenerazione avviata. Nel primo caso lo “spegnimento” del gene difettoso ha determinato una normale funzione neurologica e la malattia non è stata rilevata. Risultavano protetti non solo i motoneuroni, ma anche altre cellule e le giunzioni tra neuroni e fibre muscolari, come indicato in un comunicato stampa pubblicato dall'Università della California di San Diego. Nel secondo caso, quando i motoneuroni presentavano già segni di degenerazione, la progressione della SLA è stata bloccata.

In precedenza le iniezioni della molecola di RNA modificato in grado di inattivare il gene SOD1 venivano praticate direttamente nel liquido cerebrospinale o per via endovenosa, e benché determinassero un ritardo della comparsa della patologia o un suo rallentamento, i topi erano comunque destinati a morire. Nel nuovo esperimento, con le iniezioni subipiali (effettuate direttamente sotto la delicata membrana che protegge cervello e midollo spinale) i roditori sono invece sopravvissuti sino al termine dello stesso.

“Attualmente, questo approccio terapeutico fornisce la terapia più potente mai dimostrata nei modelli murini di SLA mutata legata al gene SOD1”, ha dichiarato il professor Marsala. “Inoltre, un'efficace consegna nel midollo spinale del vettore AAV9 negli animali adulti suggerisce che l'uso di questo nuovo metodo sarà probabilmente efficace nel trattamento di altre forme ereditarie di SLA o di altri disturbi neurodegenerativi spinali che richiedono il rilascio di geni terapeutici o vettori per il silenziamento dei geni mutati nel parenchima spinale, come nella SLA legata alla mutazione del gene C9orf72 o in alcune forme di malattia da accumulo lisosomiale”, ha aggiunto l'esperto.

Gli scienziati condurranno presto test con animali di grandi dimensioni per verificare la sicurezza del trattamento e gettare le basi per la sperimentazione clinica, ovvero sull'uomo. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Medicine.