I pazienti oncologici affetti da cancro alla prostata e trattati con la terapia di blocco androgenico – o deprivazione androgenica (ADT) – sembrano avere una minore probabilità di ammalarsi di COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2. Inoltre, in caso di contagio, potrebbero sperimentare una sintomatologia meno grave. Poiché si ritiene che questo potenziale effetto protettivo sia legato proprio alla soppressione della produzione di testosterone, l'ADT potrebbe essere un approccio terapeutico efficace nel contrastare le infezioni più gravi scatenate dal patogeno, o addirittura essere usata come metodo profilattico (preventivo) nei soggetti più a rischio, fino alla fine della pandemia.

A scoprire il possibile legame tra ormoni maschili e COVID-19 è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati italiani del Veneto Institute of Molecular Medicine (VIMM) – Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata Padova e dell'Università degli Studi di Padova, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Veneto Tumour Registry e dell'Oncology Institute of Southern Switzerland presso l'Università della Svizzera Italiana. Gli scienziati, coordinati dal professor Andrea Alimonti, docente presso l'Istituto di Ricerca Oncologica dell'ateneo di Bellinzona, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati di oltre 4.500 uomini veneti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2. Fra essi, il 9,5 percento (430) aveva una forma di cancro, mentre il 2,8 percento del totale (118) presentava il carcinoma prostatico.

Dall'analisi dei dati, Alimonti e colleghi hanno determinato che i pazienti oncologici avevano una probabilità maggiore di 1,8 volte di essere contagiati dal virus rispetto alla popolazione maschile complessiva del Veneto, sviluppando anche una forma più grave dell'infezione. Tuttavia si sono resi conto che soltanto 4 pazienti con carcinoma prostatico trattati con ADT hanno sviluppato la COVID-19 (su un totale di 5.273 pazienti trattati in Veneto), e nessuno di loro è deceduto. Decessi e contagi sono stati invece significativi nella popolazione maschile con una qualsiasi forma di cancro, compreso quello alla prostata ma non trattato con la deprivazione androgenica. “I pazienti con carcinoma prostatico trattati con deprivazione di androgeni avevano un significativo rischio ridotto di quattro volte per la COVID-19 rispetto ai pazienti non sottoposti ad ADT. Una differenza ancora maggiore è stata riscontrata confrontando i pazienti con carcinoma alla prostata trattati con ADT  con pazienti con un qualsiasi altro tipo di cancro; si è verificata una riduzione di oltre cinque volte del rischio di infezione tra i pazienti con carcinoma prostatico con ADT”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Alimonti.

Questi risultati suggeriscono che la soppressione degli androgeni possa dunque essere in qualche modo protettiva dal coronavirus. Ma com'è possibile? Gli scienziati spiegano che il coronavirus SARS-CoV-2, quando si lega alle cellule umane attraverso la Proteina S o Spike, sfrutta il recettore ACE2 e una proteasi serinica della superficie cellulare umana (chiamata TMPRSS2) per scardinare la parete cellulare e avviare il processo di replicazione al suo interno. TMPRSS2 “è un gene regolato dagli androgeni che è sovraregolato nel carcinoma prostatico”, spiegano gli autori dello studio, pertanto attraverso la deprivazione androgenica si va a ridurre l'espressione del TMPRSS2 e dunque, verosimilmente, a chiudere una porta in faccia al coronavirus, che avrebbe meno probabilità di infettare o comunque di scatenare una forma grave della COVID-19.

Il ruolo degli androgeni potrebbe anche spiegare la ragione per cui gli uomini risultano sensibilmente più colpiti delle donne dalla COVID-19, sperimentando in media infezioni più gravi e una quota di decessi molto più elevata. Alla luce di queste considerazioni, gli autori della ricerca suggeriscono che il blocco del testosterone attraverso terapie mirate (e temporanee) possa essere utilizzato per il contrasto alla pandemia di coronavirus. I risultati della ricerca, da confermare con studi più approfonditi e non esente da alcuni limiti, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Annals in Oncology.