Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, non ha dubbi: la resistenza ai farmaci è un problema per la salute pubblica, di animali e persone, che non può essere sottovalutato. Non si tratta più di futuro possibile, ma di presente, come dimostra il crescente numero di morti a causa dell’impossibilità di guarire con l’aiuto degli antibiotici ormai inefficaci. Lo scorso mese, spiega in occasione dell’assemblea riunita proprio per discutere degli affetti della resistenza antimicrobica, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dovuto modificare le linee guida riguardanti la clamidia, la sifilide e la gonorrea visto il crescente numero di patogeni resistenti ai farmaci. Insomma, condizioni cliniche un tempo guaribili, oggi rischiano di diventare ingestibili in seguito all’abuso che in questi anni abbiamo fatto dei farmaci.

Non si risparmia il segretario quando afferma chenon si tratta di qualcosa che accadrà in futuro, ma è una realtà di oggi” e insiste “stiamo perdendo la capacità di proteggere persone e animali da infezioni che mettono in pericolo di vita”. Secondo le stime infatti, 200.000 neonati muoiono ogni anno in seguito a sepsi che non rispondono agli antibiotici attualmente disponibili, senza contare la resistenza in crescita verso farmaci per l’AIDS e l’HIV o per la tubercolosi.

Se tutto ciò non dovesse essere sufficiente per preoccuparci, ci basti sapere che la resistenza dei farmaci alle infezioni sta sempre più passando dagli animali alle persone, insomma, l’abuso di antibiotici negli allevamenti non solo sta rendendo gli animali resistenti, ma anche i consumatori. Ci sono ancora speranze?

Sì, ma deve cambiare l’approccio attuale. Non sarà facile recuperare, ma è comunque possibile attraverso un mondo più sano, sicuro e produttivo secondo nuove regole che si basino sulla riduzione dell’uso massiccio di farmaci negli allevamenti così come sul contenimento delle prescrizioni mediche.