Un team di ricerca dell'Heart Rhythm Center presso il Cedars-Sinai Heart Institute di Los Angeles ha determinato che, attraverso l'analisi dei dati dell'elettrocardiogramma, è possibile prevedere il rischio di arresto cardiaco di un paziente. Gli studiosi, coordinati dal professor Sumeet Chugh, direttore presso il prestigioso istituto californiano, hanno analizzato i dati dei partecipanti all'indagine “Oregon Sudden Unexpected Death Study”, dei quali 522 colpiti da arresto cardiaco improvviso. L'età media dei pazienti era di 65 anni e nel 66 percento dei casi si trattava di uomini. I loro dati sono stati messi a confronto con quelli di un migliaio di pazienti del gruppo di controllo.

Tra i valori dell'elettrocardiogramma presi in esame dagli studiosi vi erano la frequenza cardiaca, la forza di pompaggio (la cosiddetta “frazione di eiezione ventricolare sinistra”, LVEF), dati elettrici e altro ancora. Fra essi, Chugh e colleghi hanno individuato sei parametri fondamentali ai quali hanno assegnato una sorta di punteggio di rischio, da zero a sei, legato alla possibilità di sviluppare l'arresto cardiaco. Dall'analisi statistica è emerso che i pazienti con un punteggio da 4,1 in su avevano un rischio venti volte superiore di essere colpiti dal grave evento cardiaco. Per l'accuratezza dell'indagine sono stati tenuti in considerazione diversi fattori di rischio e clinici come età, sesso, presenza di diabete, ipertensione e via discorrendo.

Si tratta di un approccio predittivo promettente poiché l'arresto cardiaco è una condizione di emergenza che colpisce circa un migliaio di persone al giorno (350mila all'anno, secondo l'American Heart Association), e per ogni minuto che passa, se non si interviene, le probabilità di morte aumentano del 10 percento. Va inoltre considerato che l'elettrocardiogramma è un test vecchio e a basso costo, che potrebbe favorire sensibilmente le terapie preventive. Il prossimo passo per il team di Chugh è effettuare uno studio prospettico, includendo anche persone che possiedono un defibrillatore e sono state sottoposte al trattamento. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica European Heart Journal.

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