Un team composto da ricercatori provenienti da vari enti e università britannici, coordinati dalla Brighton and Sussex Medical School, suggerisce che completare il ciclo di terapia antibiotica potrebbe non sempre essere la scelta più saggia, per la propria salute e quella della comunità. L'utilizzo prolungato del farmaco, infatti, potrebbe incentivare una delle principali minacce per l'intera umanità: la resistenza agli antibiotici da parte dei batteri. In pratica, gli studiosi guidati dal professor Martin Llewelyn sostengono l'esatto opposto di quanto indicato dalla saggezza convenzionale, ovvero che sospendere la terapia antibiotica prima del termine del ciclo previsto, anche se ci si sente meglio, potrebbe favorire proprio l'antibiotico-resistenza.

Non è dunque un caso che il documento “The antibiotic course has had its day” pubblicato dai ricercatori sull'autorevole British Medical Journal abbia scatenato un vero e proprio vespaio di polemiche in ambito accademico. Il team di Llewelyn è tuttavia convinto di quanto esposto nell'elaborato, e sostiene che la necessità di terminare l'intero ciclo di antibiotici sia una pratica datata e legata alle raccomandazioni dei pionieri nella lotta ai microorganismi. Fu lo stesso Premio Nobel Alexander Fleming, ovvero lo “scopritore” della penicillina, a suggerire un utilizzo prolungato del farmaco, e così fece il farmacologo australiano Howard Florey negli anni '40 del secolo scorso, dopo alcuni esperimenti con la celebre sostanza antibiotica.

Analizzando numerosi studi, Llewelyn e colleghi non hanno tuttavia trovato prove evidenti che la sospensione anticipata possa scatenare problemi di resistenza, dunque invitano politici e medici di tutto il mondo a promuovere lo stop degli antibiotici non appena i pazienti iniziano a sentirsi meglio. Lo scontro frontale tra le due "scuole di pensiero" è indubbiamente utile per tenere i riflettori accessi su una delle principali minacce a livello globale, catalizzata dall'uso improprio degli antibiotici, che troppo spesso vengono sfruttati per trattare semplici patologie per le quali non sarebbero necessari. Tutto questo, nel corso del tempo, ha rinforzato i microorganismi patogeni, che oggi risultano sempre più resistenti ai farmaci, mentre la ricerca fatica a trovare nuovi composti in grado di tenere a bada i cosiddetti superbatteri. Col rischio sempre più concreto di catastrofiche pandemie.

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