Il coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2) è un patogeno completamente nuovo per il quale tutta la popolazione mondiale è altamente suscettibile, non avendo ancora sviluppato le difese immunitarie per contrastarlo. Lo dimostrano la rapidità con cui si è diffuso in tutto il pianeta dopo l'epidemia di Wuhan, il numero di contagiati in crescita costante (oltre 1,5 milioni di casi, nel momento in cui stiamo scrivendo) e la triste conta quotidiana delle vittime, che ha sfiorato quota centomila. Ma sebbene la COVID-19 (l'infezione scatenata dal coronavirus) stia avendo un impatto drammatico ovunque, ci sono popolazioni che rischiano molto più di altre, come quelle indigene che vivono in Amazzonia, dove sono stati appena confermati i primi casi di contagio.

Ad essere coinvolta è la popolosa comunità Yanomami, il cui territorio si estende in Brasile tra gli stati del Roraima e dell'Amazonas. Il primo caso confermato è quello di un ragazzo di 15 anni, tornato nella sua riserva il mese scorso, in seguito alla chiusura delle scuole come misura per contrastare la diffusione della COVID-19. Il giovane, ha annunciato lo Yanomami Special Indigenous Sanitary District (DSEI), è stato ricoverato lo scorso 3 aprile con sintomi da coronavirus (dolori al petto, difficoltà respiratorie e mal di gola) presso il General Hospital di Roraima (HGR) di Boa Vista. Sottoposto al tampone, è risultato positivo alla COVID-19. Le sue condizioni si sono aggravate rapidamente e ha sviluppato una delle complicazioni più serie, la sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS, con versamento di liquido dei polmoni. I medici sono stati costretti a trasferirlo nel reparto di terapia intensiva e lo stanno monitorando costantemente.

Dopo il caso dell'adolescente ricoverato a Boa Vista le autorità sanitarie hanno individuato altri sette positivi nella comunità Yanomami, oltre a quattro componenti del popolo indigeno Kokama a Santo Antônio do Içá, nello Stato di Amazonas. Ci sarebbero già due indigeni morti per coronavirus, secondo l'Istituto Sociambiental (ISA), una donna del popolo Borari di 87 anni di Alter do Chão e un uomo del popolo Mura di 55 anni di Itacoatiara, ma poiché vivevano in città e non nelle riserve non sono stati classificati come vittime indigene. Il rischio che il coronavirus possa diffondersi rapidamente nelle comunità remote è molto alto e gli esperti sono preoccupati per una possibile catastrofe sanitaria e sociale. “Se questo virus dovesse penetrare nei villaggi causerà un'enorme quantità di morti”, ha recentemente dichiarato al Guardian la dottoressa Sofia Mendonça, un medico brasiliano specializzato nel trattare pazienti delle comunità indigene. Il virus, com'è noto, colpisce principalmente gli anziani, e in queste comunità rischia di distruggerne le fondamenta. “Perdi tutti gli anziani, la loro saggezza e la loro organizzazione sociale. È il caos”, ha affermato in un'altra intervista alla BBC la dottoressa Mendonça.

I saggi dei villaggi hanno accusato i cercatori d'oro e i minatori di aver portato la malattia tra la propria gente. Si stima che ce ne siano almeno 20mila (illegali) a compiere razzie nelle riserve. Dopo la conferma dei primi casi alcuni villaggi sono caduti nel panico, e le autorità sanitarie stanno facendo tutto il possibile per assistere la popolazione nell'emergenza, promuovendo il distanziamento sociale e l'isolamento dei soggetti che mostrano sintomi respiratori. Al momento la diffusione sembra ancora limitata, ma non è escluso che focolai possano esplodere rapidamente come avvenuto in Italia e in altre parti del mondo. La preoccupazione maggiore per gli scienziati è per le tribù degli “incontattati”, che vivono isolate dal resto del mondo. Il coronavirus potrebbe letteralmente sterminarle.