Due brevi peptidi (stringhe di amminoacidi) hanno dimostrato non solo di migliorare in modo significativo la memoria in animali affetti dal morbo di Alzheimer, ma anche di ridurne l'infiammazione cerebrale, l'accumulo delle placche di beta-amiloide e in generale i danni fisici associati alla patologia neurodegenerativa. I composti, che aprono le porte a trattamenti rivoluzionari per la forma di demenza più diffusa al mondo, sono stati ottenuti dopo anni di ricerca da una equipe internazionale guidata da scienziati dell'Istituto di Neuroscienze e Salute Mentale dell'Università dell'Alberta, Canada, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Università Sanyo-Onoda City (Giappone) e della Scuola di Farmacia dell'Università Chapman, Stati Uniti.

I ricercatori, coordinati dal professor Jack Jhamandas, docente presso il Dipartimento di Medicina (Neurologia) dell'ateneo di Edmonton, hanno concentrato le proprie indagini sulla grossa proteina “AC253”, che da precedenti studi su modelli animali aveva mostrato la capacità di impedire alle placche di beta amiloide di accumularsi nel tessuto cerebrale. Insieme ai grovigli di proteina tau, le placche di beta-amiloide sono da tempo ritenute un segnale importante della demenza, accumulandosi nel tessuto nervoso. In parole semplici, la proteina AC253 blocca le placche impedendo loro di legarsi ad alcuni recettori presenti nei neuroni e dunque di formare i grovigli appiccicosi. Poiché si tratta di una proteina molto grande, tuttavia, non può raggiungere agevolmente il cervello e viene disgregata in circolo prima di "compiere la missione". In altri termini, non è adatta a un potenziale farmaco.

Jhamandas e colleghi hanno così deciso di frazionarla in molecole più piccole chiamate peptidi, a caccia dei frammenti che mostrassero gli stessi effetti della proteina integrale. Dopo una ricerca durata anni sono riusciti a individuarne due che garantivano lo stesso effetto "anti-accumulo" delle placche di beta amiloide. Testati su topi geneticamente modificati affetti dal modello murino dell'Alzheimer, i due peptidi hanno determinato enormi benefici. Dopo cinque settimane di terapia non solo hanno migliorato in modo significativo la memoria dei roditori, ma hanno ridotto tutti i segni del morbo, compresi l'infiammazione cerebrale e l'accumulo delle placche. “Nei topi che hanno ricevuto i farmaci abbiamo riscontrato un minor accumulo di placca amiloide e una riduzione dell'infiammazione cerebrale. Questo risultato è stato molto interessante ed emozionante perché ci ha mostrato che non solo il miglioramento della memoria, ma anche dei segni patologici della malattia di Alzheimer. È stata una sorpresa per noi”, ha affermato con entusiasmo il professor Jhamandas. Coadiuvati dall'intelligenza artificiale, i ricercatori ora stanno cercando di mettere a punto una versione ottimizzata di un farmaco orale basato sui due peptidi, che potrebbe avere risultati straordinari nel trattamento dell'Alzheimer. La speranza è di vederlo presto impiegato nei primi test clinici, cioè sull'uomo. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Scientifica Reports.