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Alzheimer, dall’Italia un nuovo studio sotto i riflettori della ricerca internazionale

Grazie ad un trattamento a base di idrogeno solforato e melanocortine, l’Università di Modena e Reggio Emilia è riuscita a rallentare la progressione della malattia in una cavia animale.
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A cura di Redazione Scienze
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Dall'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia nuovi studi alimentano le speranze per il trattamento della malattia dell'Alzheimer. Gli studi preclinici condotti dal gruppo modenese coordinato da Salvatore Guarini – professore di Farmacologia del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze – hanno conquistato l'attenzione di prestigiose riviste di settore internazionali (Neurobiology of Learning and Memory e Neurobiology of Aging su tutte) grazie al rigore scientifico della ricerca e ai risultati a cui è giunta.

Il trattamento a base di idrogeno solforato e melanocortine ha mostrato la capacità di rallentare la progressione della malattia in tre modelli sperimentali preclinici. L'uso di monoidrogenosolfuro di sodio e acque termali di Tabiano ricche di idrogeno solforato è riuscita infatti a proteggere una cavia animale dal declino cognitivo connesso alla malattia. L'Alzheimer, che si presenta solitamente a partire dai 65 anni o prima nel caso di origine genetica, è la principale causa di demenza e può portare a disabilità e morte se non contenuta da un trattamento medico.

L'efficacia delle acque termani viene spiegata dalla ricercatrice Daniela Giuliani: "un'alterazione dei livelli endogeni di idrogeno solforato risulta correlata con diverse patologie centrali e periferiche, e alcuni studi recenti hanno documentato che i livelli cerebrali e plasmatici di questa molecola sono piuttosto bassi in pazienti con la malattia di Alzheimer. Questo ci ha spinti ad indagare, in un progetto finanziato dalla Fondazione per la Ricerca Scientifica Termale, su un'eventuale azione terapeutica dell'idrogeno solforato esogeno in questa malattia neurodegenerativa cronica".

Circa le melanocortine, Guarini ha ricordato che già in passato i ricercatori avevano osservato bassi livelli di questi ormoni in pazienti affetti da demenza e grazie "a questo nostro studio sul topo triplo-transgenico, sottolinea il professore, abbiamo chiaramente dimostrato che le melanocortine inducono effetti benefici nella malattia di Alzheimer. Inoltre, dai nostri precedenti e attuali studi sulle melanocortine (finanziati dal MIUR) emerge che questi endofarmaci potrebbero avere un importante ruolo protettivo contro diversi disordini neurodegenerativi sia acuti che cronici, poichè in tali patologie, nonostante le differenti cause scatenanti, molte vie fisiopatologiche e meccanismi che portano alla morte neuronale o alla riparazione del danno sono comuni".

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