Le agghiaccianti condizioni in cui sono costrette a vivere – e spesso a morire – le galline ovaiole negli allevamenti italiani sono state portate alla luce da una nuova indagine di Essere Animali, un'associazione no-profit che si batte per un futuro diverso per tutte le creature vittime dello sfruttamento e delle crudeltà dell'uomo. Il maltrattamento cui sono sottoposti questi sfortunati uccelli, inoltre, può riflettersi anche su ciò che finisce sulle nostre tavole ogni giorno, aumentando le perplessità su un'industria che ha ben poco di umano.

A dimostrarlo i documenti video dell'inchiesta e i dati snocciolati dai volontari dell'associazione, che hanno visitato alcuni degli allevamenti da incubo. In Italia vi sono ben 1.702 allevamenti di galline ovaiole, dei quali il 42 percento è concentrato in sole tre regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. In tutto vi sono ospitate oltre 37 milioni di galline, delle quali la maggior parte, cioè il 60 percento, è allevato in gabbia. Delle restanti, il 32 percento è allevato a terra, il 3 percento all'aperto e il 5 percento con metodo biologico. Lo scorso anno le galline ovaiole italiane hanno prodotto oltre 10 miliardi di uova, un dato totalmente innaturale considerando il numero degli animali.

Ogni gallina di questi allevamenti, infatti, produce circa 300 uova all'anno, poco meno di una al giorno, mentre in natura ne produrrebbe un terzo, meno di cento. Ciò è dovuto proprio alle condizioni pietose cui sono costrette a vivere e all'alimentazione iperproteica degli allevamenti intensivi. Le galline vengono sovrasfruttate con metodi spietati che le privano di qualsivoglia libertà, e quando la produzione di uova inizia a scemare, a 1 anno e 8 mesi, finiscono dritte al macello. Il loro destino è anche più orribile di quello rapido e atroce che spetta agli sfortunati pulcini maschi, gettati in un tritacarne da vivi poiché inutili alla produzione di uova.

In gabbia vengono allevate 13 galline per metro quadrato; ogni animale può contare su uno spazio leggermente più grande di quello di un foglio A4 per stampante. In molti casi non riescono nemmeno ad aprire le ali, e i continui contatti con le reti e grate metalliche le portano a spiumarsi. Il sovraffollamento le spinge a comportamenti violenti e autolesionisti come la plumofagia, cioè il desiderio di strappare le penne a se stesse e alle altre galline, come dimostrano le terribili immagini di Essere Animali. Per provare a ridurre il rischio di ferite, gli allevatori spuntano addirittura il loro becco, aggiungendo ulteriore crudeltà all'equazione.

Lo spazio angusto e il sovraffollamento sfociano anche in problemi alle articolazioni e a una crescita anomala delle unghie, che spesso si incastrano nelle grate della lettiera lercia. La situazione non è migliore per le galline degli allevamenti intensivi a terra, le cui zampe si infettano per il terreno ricoperto da centimetri di escrementi e urina, dove finiscono anche le uova che troveremo negli scaffali dei supermercati. Che siano in gabbia o a terra, in questi ambienti gli uccelli spesso si ammalano di anemia – come mostrano le galline con le creste abbassate -, e tantissime muoiono. In continuazione. Le carcasse non rimosse vengono cannibalizzate dalle compagne di sventura, in uno scenario da girone dantesco.

Le terribili immagini pubblicate da Essere Animali giungono a poco più di un anno da quelle diffuse da Animal Equality, dimostrando che purtroppo in Italia non è cambiato ancora nulla da questo punto di vista. Gli unici che possono modificare lo stato delle cose sono proprio i consumatori, scegliendo di non portare sulle proprie tavole le uova prodotte in questo inferno.

[Foto di Essere Animali]