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in foto: Credit: manfredichter

Un laser “sparato” su uno specifico gruppo di neuroni nel cervello non solo è in grado di spegnere il desiderio di bere alcol nei soggetti dipendenti, ma abbatte anche i sintomi legati all'astinenza. Lo ha dimostrato un team di ricerca americano guidato da studiosi del The Scripps Research Institute di La Jolla, California, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Neuroscienze e Neurologia e del Waggoner Center for Alcohol and Addiction Research dell'Università del Texas. I ricercatori, coordinati dal professor Olivier George, docente presso il Dipartimento di Neuroscienze dell'ateneo californiano, hanno raggiunto questo traguardo su topi fortemente dipendenti da sostanze alcoliche, ma in futuro la ricerca potrebbe portare a rivoluzionarie terapie per curare l'alcolismo.

L'esperimento. George e colleghi hanno impiantato nel cervello dei topi fibre ottiche che puntavano uno specifico gruppo di neuroni nel nucleo centrale dell'amigdala, una ghiandola cerebrale deputata alla regolazione delle emozioni e in particolar modo della paura. Attraverso l'optogenetica, una tecnica basata su attivazione e disattivazione di circuiti neuronali stimolati da una fonte luminosa, i ricercatori sono riusciti a “spegnere” i neuroni dell'amigdala sfruttando un raggio laser. I topi trattati, che erano fortemente dipendenti da alcol, una volta acceso questo interruttore non solo non desideravano più le bevande alcoliche, ma esprimevano una forte riduzione dei sintomi legati all'astinenza, come tremori e agitazione.

I risultati. Le tecniche di optogenetica non sono ancora applicabili sull'essere umano poiché troppo invasive, tuttavia forniscono preziose informazioni su quali neuroni e circuiti neuronali sono coinvolti in determinati processi, come appunto quello della dipendenza da alcol. Grazie ai risultati della ricerca potrebbero essere messi a punto farmaci altamente specializzati, in grado di influenzare l'attività dei soli neuroni dell'amigdala. Ma non si esclude che tecniche di optogenetica non invasive, un giorno, possano essere testate anche sull'uomo, magari attraverso l'utilizzo di caschetti ad hoc. I dettagli della ricerca americana sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Communications.