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Nella lotta all'obesità, patologia tradizionalmente associata ai ricchi paesi occidentali ma che inizia a diffondersi anche quelli in via di sviluppo, la cosiddetta fame nervosa e le abbuffate compulsive rappresentano i principali obiettivi dei ricercatori, che negli ultimi anni hanno iniziato a comprendere più a fondo i complessi meccanismi cerebrali legati all'appetito e soprattutto al senso di sazietà. Dopo l'individuazione da parte dei ricercatori dell'Università di Washington di una sorta di circuito neurale in grado di sopprimere la fame, il cui funzionamento è stato dettagliato nel 2013 su Nature, gli studiosi della prestigiosa Harvard Medical School di Boston e del Beth Israel Deaconess Medical Center hanno fatto un ulteriore passo avanti, determinando che un gruppo di peculiari cellule nervose chiamate VGlut2 sono in grado di contrastare molto più rapidamente l'appetito.

I ricercatori, che hanno condotto i test su topi geneticamente modificati, hanno scoperto che questi neuroni lavorano più velocemente di quelli chiamati POMS, le cellule nervose che durante i pasti ci indicano di aver assunto cibo a sufficienza e che contrastano l'azione opposta dei neuroni AgRP (acronimo di “peptide correlato alla proteina Agouti”), ovvero quelli che che ci spingono a sederci a tavola. I soggetti propensi alla iperalimentazione, chi soffre di disturbi compulsivi o i pazienti obesi, in futuro potrebbero beneficiare di questa scoperta grazie allo sviluppo di farmaci in grado di stimolare le cellule VGlut2, che rispondono all'ormone ossitocina prodotto dall'ipotalamo, quello del cosiddetto “comportamento materno” e che è coinvolto nei processi del travaglio e dell'allattamento. Benché la sperimentazione sui modelli murini abbia dato esiti positivi, gli studiosi indicano tuttavia che il passaggio a quella umana potrebbe essere molto più lungo e complesso, a causa delle differenze nelle risposte delle cellule nervose.

La ricerca statunitense è correlata a una scoperta tutta italiana del 2014, quando studiosi del CNR (Centro Nazionale delle Ricerche), dell'Università Sapienza di Roma e dell'Università di Firenze determinarono che il senso di sazietà veicolato dall'intestino è legato al lipide oleoiletanolamide (Oea), che comunica col cervello attraverso il neurotrasmettitore istamina. Un altro studio coordinato da italiani ma realizzato presso l'Università di Boston fece emergere che anche l'ormone dell'ansia “CRF” gioca un ruolo nelle abbuffate compulsive.

[Foto di vivienviv0]