Come spesso accade quando muore una persona di pubblica visibilità, ancor più se amata e ben voluta, non tutti si persuasero dei risultati delle indagini relative alla morte del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Se per tanti poteva essere già difficile ammettere che l'uomo più potente del mondo fosse stato assassinato dinanzi agli occhi di centinaia di persone, ancor più lo fu mettere a tacere le voci di complotto che, per decenni, si sono rincorse intorno alla morte di questo giovane uomo che incarnava tutte le speranze di quel mondo nuovo che nasceva negli anni '60, al punto che ben due commissioni si occuparono del caso, la seconda fortemente voluta, più di dieci anni dopo, dalla maggioranza degli americani che non concordavano con i risultati della precedente.

Voci che, tuttavia, trovarono immediatamente terreno fertile a causa delle numerosissime incongruenze e dei dettagli mai del tutto chiariti delle dinamiche: paradossalmente, un delitto consumato nella piena luce del sole e di cui possediamo documenti storici, desta ancora parecchi dubbi e perplessità. Il filmato amatoriale di Abraham Zapruder, impresso nelle menti di tutti, documenta quei secondi terribili durante i quali John Kennedy, che è seduto assieme alla moglie Jacqueline Bouvier nella parte posteriore di una Limousine Lincoln, viene colpito da dietro prima da un proiettile all'altezza del collo, poi da un secondo sparo che ne squarcia letteralmente il cervello; nel frattempo il governatore del Texas John Connally, accomodato nel posto centrale della medesima auto, si accascia tra le braccia della moglie, ferito anch'egli.

L'indagine condotta dalla Commissione Warren tra il 1963 ed il 1964 concluse che a sparare era stato un tiratore solitario, Lee Harvey Oswald, che con soli tre proiettili, di cui uno non andato a segno, era riuscito a provocare un totale di sette ferite, cinque al Presidente e due al Governatore: è la cosiddetta teoria della pallottola magica che, tuttavia, presenta parecchie mancanze sul piano balistico. Il proiettile avrebbe attraversato prima il corpo di Kennedy, poi quello di Connally, uscendone praticamente integro e percorrendo una difficile traiettoria a zig-zag; l'arma utilizzata, inoltre, era un fucile Carcano che, per un tiratore non esperto quale era Oswald, difficilmente sarebbe stato in grado di esplodere ben tre colpi in così pochi secondi. Il fucile venne ritrovato al sesto piano del magazzino da cui avrebbe sparato e le testimonianze concordavano nel sostenere che Oswald potesse essere lì durante i drammatici momenti in cui il Presidente veniva ucciso: tuttavia, secondo le perizie, l'angolo del proiettile che colpì l'auto aveva un'inclinazione di circa 15° a differenza dei 55° di un colpo che sarebbe partito dal sesto piano.

La United States House Select Committee on Assassinations, la seconda commissione nominata dal Presidente Gerlad Ford nel 1976, presentò gli esiti del proprio lavoro nel 1979, ammettendo, sulla base di alcune prove acustiche recuperate dal microfono di una motocicletta di un poliziotto lasciato inavvertitamente aperto, che gli spari erano stati più di tre il che lasciava supporre che l'omicidio avrebbe coinvolto più di una persona e, dunque, non si sarebbe trattato del semplice gesto di un «folle solitario»: conclusioni che non mancarono di destare molte polemiche e smentite contro questa che venne definita la teoria del complotto, a cui numerose testimonianze hanno fatto eco negli anni. Del resto, il solo che avrebbe potuto rilasciare dichiarazioni, Oswald, venne ucciso due giorni dopo da Jack Ruby, un criminale rapidamente etichettato come uno squilibrato fervente ammiratore del Presidente e di sua moglie Jacqueline.

Il 22 novembre del 1963 il Presidente americano John Fitzgerald Kennedy veniva assassinato, lasciando sgomenta una nazione ed il mondo intero. Le speranze che quell'uomo giovane e democratico incarnava vennero stroncate da un delitto che ha ancora tantissimi punti oscuri e per il quale molti parlano di complotto.

Ma il mistero è rimasto irrisolto, per i più; certamente una figura come quella di John Fitgerald Kennedy non doveva risultare gradita a tutte le alte sfere della politica: cattolico e democratico, attratto da alcuni aspetti delle filosofie socialiste, vicino ai movimenti per i diritti civili e l'integrazione razziale, ma anche colui che, dopo la crisi dei missili di Cuba, stava avviando, con molta lentezza s'intende, una politica di distensione con l'Unione Sovietica. Non era, dunque, impensabile che si arrivasse a credere che quel «sogno» che doveva essere il giovane Presidente potesse essere stato eliminato da poteri occulti che non ne vedevano di buon occhio l'ascesa; e questo, unito alle incongruenze che nessuna commissione ha mai del tutto chiarito, hanno originato la teoria complottistica che, vera o falsa che sia, ci ricorda che l'America perse, in quell'occasione, un grande presidente ed un'ottima occasione.