Lo scorso 12 dicembre, dopo due settimane di serrate consultazioni, alle 19:26 il ministro degli esteri francese Laurent Fabius annunciò all'assemblea plenaria composta dalle delegazioni di 196 paesi che l'accordo sul clima di Parigi era stato trovato, con l'obiettivo comune di ridurre i gas serra a partire dal 2020 e contenere in 2 gradi centigradi l'aumento della temperatura globale. Un risultato storico soprattutto per l'adesione di paesi “grandi inquinatori” quali la Cina, gli Stati Uniti e l'India, ma che tuttavia non è stato immune da critiche, soprattutto da parte del mondo accademico che richiedeva tempistiche certe per i risultati, controlli più rigidi e soprattutto un avvio immediato dei tagli alle emissioni. In attesa della ratifica del trattato i ricercatori di tutto il mondo continuano ad analizzare gli effetti del riscaldamento globale e l'impatto che esso sta avendo e avrà su ambiente e attività umane. Da un nuovo studio condotto dal Centro nazionale per gli studi atmosferici degli Stati Uniti d'America (NCAR) è emerso che se non verrà posto un freno alle emissioni di gas serra, tra il 2061 e il 2080 tutte le estati saranno più calde di quelle record registrate sino ad oggi. La probabilità che ciò accada è in media superiore all'80 percento, ma potrebbe essere abbattuta del 40 percento se venissero attuati concretamente i piani di riduzione dei gas serra.

Il team di ricerca, coordinato dal fisico Flavio Lehner, per giungere a queste conclusioni si è avvalso di un complesso modello matematico le cui simulazioni sono state elaborate sul sistema Yellowstone del NCAR-Wyoming Supercomputing Center. Grazie ai parametri introdotti, determinati dalle valutazioni sulle temperature tra le estati dal 1920 al 2014, gli studiosi hanno previsto che gli effetti del riscaldamento globale non saranno uniformi, e che in alcuni casi specifici persino col taglio delle emissioni le probabilità di caldo record resteranno immutate, come nella costa orientale degli Stati Uniti o ai tropici. Per quanto concerne l'Europa, la Cina e il Brasile, invece, la riduzione del riscaldamento globale taglierebbe del 50 percento il rischio delle estati da bollino rosso: “Le estati estremamente calde – ha sottolineato Lehner – rappresentano sempre una sfida per la società, possono infatti aumentare il rischio di problemi di salute, danneggiare le colture e aggravare gli effetti della siccità”. “Tali estati – ha concluso il ricercatore – sono un vero e proprio test delle nostre capacità di adattamento alle temperature in aumento”. I risultati dettagliati dello studio saranno pubblicati sulla rivista specializzata Climate Change ma sono già accessibili online.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già oggi ben evidenti sull'ambiente; basti pensare alla migrazione verso nord di specie – talvolta dannose per la fauna autoctona – costrette a fuggire dall'aumento delle temperature alle proprie latitudini, o allo sbiancamento della Grande barriera corallina innanzi alle Maldive, provocato dall'acidificazione dell'oceano a sua volta innescata dal riscaldamento globale. Lo scioglimento dei ghiacci sta gradualmente elevando il livello medio dei mari e si stima che nei prossimi decenni essi potrebbero letteralmente sommergere città costiere come Venezia e New York, inoltre fenomeni quali alluvioni e siccità si presenteranno in forma sempre più frequente e catastrofica, con impatti imprevedibili sulla salute e sull'economia a livello mondiale.

[Foto di JuergenPM]