Dopo l'annuncio da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sull'efficacia del vaccino rVSV-ZEBOV contro il virus Ebola, dalla ricerca medica arriva un'altra notizia dal sapore storico: i risultati di due studi chiamati OPERA e ORATORIO dimostrano infatti che, per la prima volta in assoluto, un principio attivo è stato in grado di contrastare la forma progressiva primaria della sclerosi multipla, inoltre ne è stato verificato l'effetto positivo anche contro altre forme. La riduzione delle lesioni infiammatorie è stata valutata come "senza precedenti" dagli autori delle ricerche, segnando un passo avanti sostanziale nella lotta alla sclerosi multipla, una malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale e che ancora oggi non ha una cura.

L'innovativo farmaco, chiamato Ocrelizumab, è stato testato su circa 750 pazienti volontari e ha avuto effetti positivi non solo sullo stato delle guaine mieliniche deteriorate (effetto principale della patologia), ma anche sui livelli di atrofia cerebrale e sulle capacità motorie, evidenziando un'efficacia particolarmente elevata. Il segreto del principio attivo (un anticorpo monoclonale anti CD20) consiste nelle sue cellule bersaglio, ovvero le cellule B del sistema immunitario, e non i linfociti T come nella maggior parte delle terapie sperimentale promosse fino ad oggi. Il risultato ottenuto dai ricercatori sottolinea di conseguenza il ruolo delle cellule B nella ezio-patogenesi della malattia.

Il farmaco è stato testato anche su 1.656 pazienti affetti da sclerosi multipla a decorso recidivante-remittente, la forma più diffusa della patologia, e l'Ocrelizumab è riuscito a ridurre sensibilmente il numero di ricadute rispetto alle terapie con altri farmaci. “I risultati ottenuti – ha spiegato uno dei ricercatori coinvolti nel progetto – hanno le potenzialità per cambiare l’approccio terapeutico alla patologia”. Il farmaco ora verrà sottoposto alle valutazioni dell'Agenzia Europea del farmaco per una futura commercializzazione. I detttagli dei due studi sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

[Foto di DarkoStojanovic]