Neuroscienziati dell'Università della California di San Francisco e dell'Università di Stanford hanno scoperto nel cervello dei topi un nuovo gruppo di neuroni estremamente peculiare; esso, infatti, è quello che collega l'attività respiratoria con le funzioni cerebrali che regolano lo stato di agitazione e calma. In parole semplici, gli studiosi coordinati dal professor Mark Krasnow, docente di biochimica presso l'ateneo di Santa Clara, hanno individuato l'area del cervello nella quale originano i meccanismi alla base del relax innescato dallo yoga, dalla meditazione e dalle tecniche di respirazione controllata.

Questi neuroni sono in numero estremamente ridotto (sono in tutto 175 nel cervello dei topi), si trovano nel tronco encefalico e fanno parte del cosiddetto complesso di pre-Bötzinger, un gruppo di alcune migliaia di cellule impegnate nel controllo della respirazione. Le loro propaggini si estendono sino al locus coeruleus o punto blu, una regione del tronco che gioca un ruolo fondamentale nelle risposte allo stress e al panico, oltre che nell'attenzione. A causa del loro ruolo, il team di scienziati ha deciso di chiamarli neuroni ‘pranayama', in omaggio al quarto stadio dello yoga nel quale avviene il controllo ritmico del respiro, con i noti benefici sui livelli di stress.

Gli studiosi, dopo aver individuato questi ‘neuroni della calma' grazie all'attività genica, attraverso specifici esperimenti li hanno rimossi dal cervello di alcuni topi, scoprendo che gli animali rimanevano tranquilli anche se sottoposti a situazioni che avrebbero indotto stati di ansia e agitazione. Ciò spiegherebbe la ragione per cui la respirazione controllata ha effetti così benefici sullo stress; in condizioni normali, infatti, questi neuroni veicolerebbero lo stato di allerta di concerto con la respirazione veloce. Poiché i neuroni pranayama sono facilmente individuabili attraverso marcatori molecolari, il team di Krasnow spera di sviluppare alcuni farmaci estremamente mirati in grado di contrastare più efficacemente lo stress e gli attacchi di panico. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Science.

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