Molte aspettative si erano concentrate sull’evento ospitato oggi alla Facoltà di Ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma dedicato alle ultime frontiere dell’aerospazio. All’incontro, organizzato per commemorare la figura di Carlo Buongiorno, tra i pionieri dell’avventura spaziale italiana, scomparso lo scorso anno, era infatti previsto anche un intervento di Charles Elachi, il direttore del JPL, il Jet Propulsion Laboratory della NASA che coordina le missioni di esplorazione nel Sistema Solare. E proprio il tema dell’intervento, dedicato a Curiosity, all’indomani delle dichiarazioni rilasciate dai responsabili del progetto su una scoperta “da libri di storia” che il rover avrebbe appena fatto su Marte, aveva portato anche un noto quotidiano nazionale a dedicare la terza notizia nella sua homepage alla possibilità che Elachi potesse approfittare dell’occasione per rendere noti maggiori dettagli sulla scoperta, che senza dubbio riguarderebbe la vita su Marte.

Carbonio marziano?

“Ma voi credete ancora ai giornali?”, ha esordito con una battuta Elachi introdotto dal padrone di casa, il professor Marcello Onofri, uno dei ‘padri’ del lanciatore Vega. E dopo aver raccontato della straordinaria sfida ingegneristica di Curiosity, si è quindi sbilanciato, anche se tra mille cautele. “Crediamo che Curiosity abbia scoperto molecole organiche semplici”, ha dichiarato. Il condizionale è d’obbligo perché prima di un annuncio ufficiale, previsto per lunedì 3 dicembre nel corso del meeting dell’associazione americana di geofisica a San Francisco, bisogna ancora verificare se queste molecole non provengano dalla Terra, come il metano rilevato da Curiosity e che poi si è rivelato essere “made in Florida”. È noto che le sonde spaziali rischiano di portare con loro elementi chimici terrestri: un rischio che si cerca di minimizzare quanto più possibile con rigorose politiche dette di “planetary protection”, che puntano a evitare che i rover e le sonde contaminino i pianeti del Sistema Solare con la nostra “spazzatura”.

Tuttavia, in questo caso c’è molto ottimismo. Queste molecole organiche semplici dovrebbero essere proprio marziane. A ogni modo, non è certo la notizia ‘clamorosa’ che aveva annunciato in un’intervista John Grotzinger, uno degli scienziati che seguono la missione. Per molecole organiche semplici s’intende, ovviamente, il carbonio: la molecola alla base della vita come noi la conosciamo. Che l’universo sia ricco di carbonio, però, non è certo una notizia, per quanto su Marte ancora non fosse stato rilevato. È noto che la prima analisi della composizione chimica del terreno effettuata dalla sonda Viking negli anni ’70 aveva dato risultati negativi, che però in seguito sono stati giudicati sbagliati. Se lo strumento SAM di Curiosity – uno spettrometro e gascromatografo in dotazione al rover – avesse rilevato carbonio nel terreno marziano, rovescerebbe i risultati della Viking e riaprirebbe i giochi. A questo punto, certo, la possibilità di trovare forme di vita elementari nel passato comincerebbe a diventare molto concreta.

Chimica, non biologia.

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Va ricordato però, come ha precisato Charles Elachi nel suo intervento alla platea romana, che Curiosity non dispone di strumenti di analisi biologica. Può individuare composti chimici, non biologici: dunque, se anche s’imbattesse in strutture organiche complesse, nella vera e propria “vita” marziana, potrebbe non riuscire a riconoscerla. Solo il 3 dicembre ne sapremo di più, per esempio se le analisi dimostrano che il carbonio individuato su Marte sia autoctono o provenga dallo spazio, a bordo di meteoriti o comete. “Per intenderci: il nostro sistema solare, al di fuori della Terra, è pieno di molecole organiche”, spiega Giovanni Bignami, presidente dell’INAF. “Sui meteoriti che cadono sulla Terra, nell’ordine di ben 40 mila all’anno, sono stati trovati aminoacidi, molecole complesse, i 21 mattoni della vita di cui siamo fatti noi”. Probabilmente Curiosity ha trovato qualcosa di ancora più semplice. E, detto per inciso, se anche fossero amminoacidi, non sarebbe ancora la vita, presente o passata. “C’è la stessa differenza che c’è tra la benzina e l’emoglobina, il nostro sangue”, sottolinea Bignami.

A ogni modo, se su Marte ci sono molecole di carbonio, vuol dire che tutto sommato l’ambiente non è così ostile come si era a lungo creduto. Già il rover della NASA aveva recentemente dimostrato che il pianeta possiede una protezione dai raggi cosmici maggiore del previsto. I raggi cosmici distruggono le molecole organiche, per cui una simile protezione potrebbe aver permesso l’evoluzione della vita su Marte. Per avere certezze, tuttavia, dovremo aspettare ancora. E questa volta la palla passa all’Europa: sarà la missione ExoMars, realizzata dall’ESA con un significativo contributo italiano e la collaborazione della Russia, a succedere a Curiosity nel 2016. La missione, a lungo rimasta in forse, è stata confermata nell’ultima ministeriale dell’ESA di qualche giorno fa a Napoli. ExoMars, come il nome stesso suggerisce, andrà sul Pianeta Rosso per trovare la vita, roba biologica insomma, non semplici molecole di carbonio. E, come auspica Bignami, la scoperta di Curiosity potrebbe convincere la NASA a ritornare sui suoi passi e rientrare nel progetto ExoMars abbandonato l’anno scorso per mancanza di fondi e d’interesse. Forse su Marte c’è qualcosa per cui vale la pena spendere dei soldi.