Tra le tante curiosità legate all’elezione del nuovo Papa, Jorge Mario Bergoglio, al soglio di Pietro, c’è quella dei suoi studi scientifici. C’è stata parecchia confusione in merito, perché inizialmente qualcuno aveva sostenuto che la sua laurea in chimica fosse in realtà solo un diploma di perito chimico conseguito al termine delle scuole superiori, mentre Bergoglio sarebbe laureato in teologia. In realtà, l’attuale Papa Francesco si diplomò sì presso un istituto tecnico a indirizzo chimico, ma decise effettivamente di proseguire gli studi conseguendo poi la laurea in scienze chimiche all’Università di Buenos Aires prima di decidere di seguire la vocazione spirituale e intraprendere il cammino all’interno della Chiesa. Solo successivamente conseguì la sua seconda laurea in filosofia all’Università Cattolica di Buenos Aires, proseguendo poi gli studi teologici. Ma perché tutta questa attenzione per il curriculum studiorum di Papa Francesco? Perché, se effettivamente non è così raro trovare, all’interno del clero cattolico, persone che abbiano intrapreso carriere scientifiche, è vero che Bergoglio è il primo pontefice ad avere una simile formazione. E non è affatto casuale che sia anche il primo papa gesuita. Proprio la Compagnia di Gesù, infatti, fondata nel 1534 da Sant’Ignazio di Loyola, è l’ordine da sempre più interessato al progresso delle scienze.

Gli astronomi del Papa.

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A Castel Gandolfo, la storica residenza estiva dei papi, c’è una cupola che svetta sopra gli appartamenti papali. È la Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico della Santa Sede, trasferito qui nella metà degli anni ’30 dopo essere stato ospitato a lungo all’interno del Vaticano stesso. A dirigerlo sono i padri gesuiti, che dagli inizi del XX secolo portano avanti le proprie ricerche astronomiche, la cui tradizione risale già al Seicento. Presso il Collegio Romano, fondato da Sant’Ignazio, a lungo nei secoli scorsi i gesuiti si dedicarono all’osservazione dei cieli, dimostrandosi in alcuni casi anche più avanzati delle conoscenze del loro tempo: anche se furono tra i responsabili dell’abiura di Galileo riguardo il modello copernicano, i gesuiti accolsero con grande interesse l’invenzione del telescopio e polemizzarono con la tesi di Galileo secondo cui le comete non erano altro che effetti ottici, proponendo piuttosto che si trattasse di corpi celesti.

Al Collegio Romano insegnò Angelo Secchi, il grande astronomo gesuita, che fondò la scienza della spettroscopia stellare, ossia lo studio della composizione chimica delle stelle attraverso la lettura dello spettro elettromagnetico. La spettroscopia è ancora oggi uno dei settori di ricerca più importanti alla Specola Vaticana, che nella seconda metà del Novecento si dotò anche di un modernissimo laboratorio di analisi spettroscopica e di una rivista scientifica internazionale dove pubblicare i risultati delle proprie ricerche. Da quando, nel 1910, Pio X affidò alla Specola il villino estivo di Leone XIII nei Giardini Vaticani, ampliandone le attività, sono stati i gesuiti ad avere l’esclusiva della direzione della Specola. Un’esclusiva che continua ancora oggi dopo il trasferimento a Castel Gandolfo (necessario per le ridotte condizioni di visibilità dei cieli romani) e l’apertura di un altro modernissimo osservatorio a Mount Graham, vicino Tucson, in Arizona.

Dalla cosmologia all'evoluzionismo.

VATT

Il VATT, realizzato in collaborazione con l’Arizona State University e con donazioni private, fortemente sostenuto da Giovanni Paolo II, rappresenta il fiore all’occhiello delle attuali ricerche astronomiche del Vaticano. Mentre a Castel Gandolfo si portano oggi avanti principalmente studi teorici e analisi chimiche, soprattutto sui meteoriti, di cui la Specola dispone in gran quantità grazie anche a una collezione donata anni fa da un privato, al VATT in Arizona i gesuiti possono disporre dei più moderni telescopio per lo studio delle galassie e dei corpi transettuniani, come in un’intervista a Fanpage.it ci spiegò padre José Funes, l’attuale direttore della Specola, gesuita e argentino come Papa Francesco. C’è da immaginare che Funes sia rimasto molto soddisfatto dell’elezione, per la speranza che il nuovo pontefice dia impulso agli studi astronomici del Vaticano. Studi che negli ultimi anni si sono concentrati sempre più sugli aspetti maggiormente speculativi della cosmologia, come la teoria delle stringhe e in generale la fisica oltre il modello standard, a cui la Specola dedica una certa attenzione, avendo tra l’altro un proprio membro, il padre gesuita di origini campane, Gabriele Gionti, in forze come visiting researcher al CERN di Ginevra.

L’apparizione dell’uomo nella storia non è stata improvvisa e immediata, ma è avvenuta lentamente e per successive modificazioni.

Giuseppe De Rosa, S.J.

I tempi sono molto cambiati dall’epoca della condanna del modello copernicano. Oggi i gesuiti, e in generale la Chiesa, accettano senza problemi la teoria del Big Bang, che fu fatta proprio da Pio XII ancora prima che nella comunità scientifica ci fosse un’unanime condivisione. E non si pongono alcuna preclusione allo studio di teorie tra le più affascinanti, come quelle del multiverso, secondo cui il nostro universo sarebbe solo uno tra miliardi, o forse tra infiniti universi alternativi. La pace fatta tra i gesuiti e la scienza riguarda inoltre anche uno degli aspetti all’epoca più controversi nel dialogo tra fede e ragione, quello dell’evoluzionismo. Mentre in America le chiese evangeliche fondamentaliste continuano a proporre le tesi creazioniste o versioni più edulcorate ma ugualmente insidiose come l’intelligent design, la Chiesa cattolica sembra oggi accettare senza troppi problemi l’idea che le specie viventi si evolvono, e che l’uomo discenda da antenati comuni alle moderne scimmie. Sul tema c’erano state delle controversie nel corso del pontificato di Benedetto XVI, più cauto sull’accettazione sic et simpliciter dell’argomento evoluzionistico. Ma, mentre sulle pagine di giornali come Il Foglio c’è ancora chi definisce l’evoluzionismo come una teoria senza fondamenti, i gesuiti da tempo l’hanno fatta propria.

Evoluzione biologica e creazione spirituale.

Lo spiegava molto bene padre Giuseppe De Rosa in un articolo del 2005 su La Civiltà Cattolica, la rivista della Compagnia di Gesù, ripreso poi dal quotidiano Avvenire. Aprendo un fondamentale saggio dal titolo “L’origine dell’uomo. Evoluzione e creazione”, padre De Rosa – morto nel 2011 a novant’anni – scriveva senza mezzi termini: “L’apparizione dell’uomo nella storia non è stata improvvisa e immediata, ma è avvenuta lentamente e per successive modificazioni… C’è stato infatti sia un processo di «ominizzazione», cioè il processo evolutivo che ha condotto l’uomo da forme pre-umane a forme umane sempre più perfette, fino a giungere all’uomo attuale; sia un processo di «umanizzazione», per cui dallo stato di natura l’uomo è passato allo stato di cultura, che ha mostrato la sua singolarità, tanto rispetto alle forme pre-umane, quanto rispetto ad altri esseri, a lui geneticarnente assai vicini, come alcuni primati, quali gli scimpanzé, i gorilla e gli orango”.

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Parole che per qualcuno appariranno sorprendenti, ma che non devono suonare nuove. Il gesuita Teilhard de Chardin, figura controversa, ancora oggi molto studiata, fu scienziato e paleontologo. In Cina, dove rimase per oltre vent’anni, fu tra i protagonisti della scoperta dell’Uomo di Pechino e del rinvenimento di altri importanti scheletri di nostri antenati. Teilhard sostenne fortemente il modello evoluzionistico di Darwin, quando ancora nella Chiesa c’erano molte riserve al riguardo. Le sue idee sulla presenza di un principio evolutivo immanente all’universo stesso, e coincidente con Dio, non furono apprezzate dai teologi, che misero alcune delle sue opere all’Indice e lo costrinsero ad abbandonare l’insegnamento della filosofia. Ma oggi Teilhard è stato riabilitato, come dimostra un intervento del cardinale austriaco Schömborn, discepolo di Ratzinger e grande studioso del dibattito sull’evoluzione: “L’affascinante visione di Teilhard rimane controversa e tuttavia rappresenta per molti una grande speranza, la speranza che la fede in Cristo e un approccio scientifico alla realtà del mondo possano essere insieme ricondotti ‘sotto un solo capo’, sotto Cristo ‘l’evolutore’”.

Il concetto principale della conciliazione tra evoluzionismo e creazionismo sta nell’idea che, mentre l’evoluzione è vera a livello biologico, l’anima dell’Uomo è stata creata direttamente da Dio. Come scriveva ancora Giuseppe De Rosa, tale ‘atto creativo’ s’inscrive nel processo evolutivo ma è al tempo stesso indipendente: “Esso non può essere compreso come un atto di ordine puramente evolutivo, ma come un atto trascendente che si inserisce nel processo evolutivo, nel senso che quando questo, attraverso successive nuove e più perfette forme nella linea degli ominidi, ha raggiunto una forma umana in possesso di un grado di cerebralizzazione tale da costituire un supporto adatto al pensiero riflesso e all’autocoscienza, Dio è intervenuto dotando tale forma umana di un’anima spirituale”. Sarà ora interessante attendere le prese di posizione di Papa Francesco su questi temi; posizioni che senz’altro non tarderanno ad arrivare, vista la sua appartenenza ai gesuiti e la sua formazione scientifica. E chissà che non porti avanti il discorso tra scienza e fede aprendo anche ad alcuni temi bioetici oggi ancora avversati dal Vaticano.