Gennaio 2017, con i suoi + 0,92° centigradi di temperatura rispetto alla media registrata tra il 1951 e il 1980, è risultato essere il terzo gennaio più caldo negli ultimi 137 anni, ovvero, da quando l'essere umano tiene traccia di questo importantissimo valore, una vera e propria cartina al tornasole che indica lo stato di salute del nostro bistrattato pianeta. A comunicarlo, gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (GISS) della NASA, un laboratorio sito nella Columbia University di New York che fa capo al più noto Goddard Space Flight Center dell'ente aerospaziale americano.

Il record di gennaio più caldo appartiene a quello dello scorso anno, quando la temperatura registrata fu superiore di ben 1,12° centigradi rispetto alla media, mentre al secondo posto c'è gennaio 2007, con + 0,96° centigradi. I dati diffusi dalla NASA, raccolti attraverso oltre 6.300 stazioni meteorologiche, strumentazioni navali, boe con sensori e stazioni di ricerca sparse per tutto il globo, sono tuttavia parziali, come si evince dalla mappa allegata al comunicato. Buona parte del continente antartico risulta infatti in grigio, poiché la NASA non ha ancora ricevuto le misurazioni da tutte le stazioni in loco. Verosimilmente non ci saranno spostamenti nella classifica generale dei mesi di gennaio più caldi, ciò nonostante è probabile che il valore di + 0,92° centigradi possa essere ritoccato nelle settimane successive.

Se in Italia, Europa e Africa settentrionale non sono emerse particolari oscillazioni nelle temperature, perlomeno a gennaio, è soprattutto in America del Nord, Siberia, parte dell'Australia e nell'Artide che il riscaldamento globale sta graffiando di più. A preoccupare gli studiosi è principalmente la situazione al polo Nord, dove le temperature hanno recentemente superato di 20° centigradi (in una specifica regione perfino di 30° centigradi) le medie stagionali, con effetti catastrofici sullo strato di ghiaccio e sugli ecosistemi locali. Se non verranno presi provvedimenti, entro l'estate 2030 il ghiaccio sarà completamente disciolto e ci saranno conseguenze nefaste anche sul resto del mondo, tra inondazioni, picchi di CO2 nell'atmosfera e stravolgimenti climatici. Non è un caso che per tentare di arrestare questo fenomeno si stiano mettendo a punto anche progetti estremi, come quello di piazzare nell'Artico dieci milioni di pompe eoliche, con lo scopo di far aumentare di un metro lo spessore della banchisa ghiacciata.

[Foto di GISS/NASA]