Astronomi dell'Università di Exeter (Gran Bretagna) hanno determinato che il ‘vicino' esopianeta Proxima B potrebbe avere condizioni atmosferiche ideali per sostenere la vita. Scoperto soltanto nel 2016 grazie allo spettrografo HARPS, equipaggiato sul telescopio da 3,6 metri dell'ESO presso l'Osservatorio di La Silla (Cile), l'esopianeta è risultato subito interessante per la sua posizione: esso, infatti, orbita attorno alla stella Proxima Centauri, la più vicina al nostro Sistema solare, dato che dista ‘soltanto' 4,2 anni luce. Si tratta sempre di 41.300 miliardi di chilometri, uno spazio immenso, ma per il quale si stanno già progettando missioni di esplorazione con sonde miniaturizzate, come quelle del progetto Breakthrough StarShot, voluto dal miliardario russo Yuri Milner e sostenuto dall'approvazione di Stephen Hawking e Mark Zuckerberg.

L'interesse degli scienziati per Proxima B è determinato dal fatto che oltre a trovarsi nella cosiddetta fascia abitabile della propria stella, ovvero a una distanza tale che permette la potenziale presenza di acqua liquida, esso è anche un pianeta roccioso con massa paragonabile a quella del nostro pianeta. In pratica, potrebbe trattarsi di un gemello della Terra, sebbene orbiti a una distanza molto più ravvicinata alla propria stella, che è più fredda e piccola del Sole. Gli studiosi dell'ateneo britannico, coordinati dal professor Ian Boutle, hanno applicato a Proxima B un modello di climatologia chiamato Met Office Unified Model, utilizzato da moltissimi anni per effettuare calcoli meteorologici sulla Terra, e attraverso una serie di simulazioni hanno determinato che l'esopianeta potrebbe avere condizioni atmosferiche stabili.

Nelle simulazioni sono stati presi in considerazione i parametri orbitali più probabili, dimostrando che una possibile orbita eccentrica potrebbe aumentarne ulteriormente la potenziale abitabilità. Terra e Proxima B hanno comunque alcune differenze, che andranno approfondite con ulteriori studi. “Una delle caratteristiche principali che distingue questo pianeta dal nostro – ha sottolineato un coautore dello studio – è che la luce dalla sua stella è per lo più prossima agli infrarossi. Queste frequenze di luce interagiscono molto più fortemente col vapore acqueo e l'anidride carbonica nell'atmosfera, influenzando il clima che emerge dal nostro modello”. Gli studiosi, che hanno pubblicato i risultati della propria indagine su Astronomy & Astrophysics, attendono con impazienza la messa in funzione del James Webb Telescope e dell'Extremely Large Telescope europeo, per poter suffragare i propri affascinanti dati.

[Illustrazione di ESO]