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30 Marzo 2021
15:50

Trovato il gene responsabile della forma più mortale di cancro al seno

Lo ha identificato un team di ricerca australiano, osservando la presenza di più copie di un particolare oncogene che codifica per una proteina in grado di promuovere la crescita delle cellule tumorali e proteggerle dai trattamenti anti-cancro: “Scoperta significativa, che speriamo possa migliorare il trattamento di questa neoplasia”.
A cura di Valeria Aiello
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Una scoperta significativa, che arriva dall’Harry Perkin Institute of Medical Research di Perth, uno dei principali di istituti di ricerca medica in Australia, potrebbe contribuire allo sviluppo di farmaci in grado di combattere una forma di cancro al seno particolarmente aggressiva e difficile da trattare. Questa neoplasia, associata a un più alto rischio di prognosi sfavorevoli, appartiene a un sottotipo di carcinomi mammari sensibili agli ormoni che, generalmente, ha esiti migliori rispetto ai tumori al seno che non rispondono agli ormoni. “Tuttavia – spiegano gli studiosi – una percentuale di pazienti sperimenta una forma di cancro più aggressiva, che si traduce in conseguenze peggiori nel raffronto con tutti i tumori al seno, con metà delle donne colpite che muore a causa della malattia”.

Analizzando i tumori al seno sensibili agli ormoni, dunque positivi al recettore degli estrogeni (ER+), i ricercatori hanno identificato un sottogruppo chiamato IntClust2, le cui cellule sono caratterizzate da una sezione del DNA nel cromosoma 11 significativamente ripetuta. “Abbiamo scoperto che questo tipo di tumore aggressivo ha copie extra di un particolare oncogene (un gene responsabile del cancro) chiamato AAMDC, e che questo gene è utilizzato per produrre a livelli più alti del normale una specifica proteina che promuove la crescita del cancro” ha indicato il professor Pilar Blancafort del Cancer Epigenetics Group dell’Harry Perkins Institute of Medical Research, il cui lavoro ha portato alla nuova scoperta.

La ricerca, i cui dettagli sono stati pubblicati in nuovo studio su Nature Communication, ha preso in esame 119 campioni di cancro al seno del sottotipo luminale B di pazienti di età compresa tra i 31 e 91 anni e analizzato la quantità di AAMDC espressa nelle cellule tumorali. L’indagine ha rivelato che circa il 25% dei campioni mostrava l’amplificazione di AAMDC e che questa era prevalente nei tumori ER+. Osservando poi cosa accadeva in cellule di cancro al seno in modelli murini, gli studiosi hanno individuato i meccanismi che permettono a AADMC di promuovere la crescita dei tumori.

Abbiamo scoperto che la proteina sintetizzata è in grado di riprogrammare il metabolismo delle cellule del cancro al seno, attivando percorsi di proliferazione, consentendo un aumento della crescita e della divisione cellulare, e rendendo le cellule più adattabili quando le scorte di cibo ed energia sono basse, quando gli estrogeni vengono rimossi o, allo stesso modo, quando le cellule cancerose vendono poste in presenza di anti-estrogeni – ha aggiunto Blancafort – . Di solito la carenza di estrogeni induce la riduzione dei tumori al seno sensibili agli ormoni, ma in questo sottogruppo la mancanza innesca un segnale di crescita tumorale. In altre parole, l’AAMDC può proteggere le cellule tumorali dalla morte e mantenere la loro crescita quando il tumore è posto in condizioni di mancanza di nutrienti e carenza di estrogeni, una situazione che ridurrebbe la maggior parte dei tumori sensibili agli ormoni”.

Conclusioni che hanno portato gli studiosi a ritenere che la funzione di AAMDC sia quella di agire come un “kit di sopravvivenza”, consentendo ai tumori di adattarsi allo stress metabolico. “È importante sottolineare che, utilizzando nuovi farmaci che bloccano le vie di attivazione dell'AAMDC per consentire la sopravvivenza delle cellule tumorali, potremmo essere in grado sia di uccidere direttamente queste cellule tumorali sia di ripristinare la loro sensibilità ai normali trattamenti ormonali – ha aggiunto Blancafort – . Speriamo che questo possa sensibilmente migliorare gli esiti negativi che affrontano le pazienti colpite da questa neoplasia, è una scoperta significativa”.

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