Tra i primi casi di Covid-19 segnalati tra il 31 dicembre 2019 e il 10 marzo 2020, tre quarti delle infezioni registrate al di fuori della Cina continentale sono collegati a persone che avevano viaggiato in Italia, Cina o Iran. Questi in sintesi i risultati di un nuovo studio pubblicato su Lancet Infectious Disease dai ricercatori dell’Agenzia americana per la salute CDC che hanno esaminato i dati dei rapporti online disponibili al pubblico per descrivere le dinamiche di diffusione del nuovo coronavirus e le caratteristiche dei focolai prima che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarasse Covid-19 una pandemia.

Primi casi di coronavirus, 1 caso su 4 collegato a viaggi in Italia

La ricerca è stata la prima ad analizzare i dati messi in rete dalle Autorità sanitarie e da altri siti web delle Agenzie governative, quelli diffusi sui social media e i bollettini su base giornaliera per determinare i primi 100 casi in ciascuna regione colpita dal virus: al 10 marzo, 99 Paesi e località al di fuori della Cina continentale hanno riportato i primi casi di Covid-19, di cui il 76% legato a persone che avevano recentemente viaggiato in Italia (27%), in Cina (22%), in Iran (11%) o in un altro Paese (15%). Di questi primi casi, il 45% disponeva di informazioni che confermavano che il viaggio aveva avuto luogo durante i 14 giorni precedenti all’insorgenza di sintomi.

I viaggi in Italia sono stati collegati al 50% dei primi casi segnati in Africa (3 su 6 casi), al 36% in Europa (16 su 45) e al 38% nelle Americhe (5 su 13).

I viaggi in Cina hanno invece rappresentato l’83% (10 su 12) dei primi casi segnalati nel Pacifico occidentale e oltre la metà (57%, 4 su 7) nel Sud-Est asiatico. Sette (44%) primi casi segnalati nella regione del Mediterraneo orientale erano riconducibili a persone che avevano viaggiato in Iran.“I nostri risultati – ha affermato Fatimah Dawood, primo autore della ricerca – suggeriscono che i viaggi in pochi Paesi con una sostanziale trasmissione SARS-CoV-2 possano aver seminato focolai in tutto il mondo prima della caratterizzazione di Covid-19 come pandemia l’11 marzo 2020”.

Quattro grandi cluster della nostra analisi, e grandi focolai segnalati altrove, sono stati collegati alla trasmissione in ambienti religiosi, evidenziando la necessità di collaborare con organizzazioni di culto durante la progettazione e l’implementazione degli sforzi di riduzione del contagio nella comunità – ha aggiunto Philip Ricks, coautore della ricerca – . Sono stati inoltre identificati sei cluster associati all'assistenza sanitaria, sottolineando la necessità di rigorose pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni e il monitoraggio degli operatori sanitari”.