Si chiamano test antigenici rapidi per Covid-19 e promettono di cambiare la nostra convivenza con il virus perché, rispetto ai tamponi tradizionali, permettono di sapere in pochi minuti se si è positivi. Si tratta quindi di un'analisi veloce, che non richiede particolari macchinari di laboratorio, il cui nodo potrebbe però essere rappresentato dalla loro affidabilità. È davvero così? Sono uno strumento utile e in quale contesto? Lo abbiamo chiesto al professor Pierangelo Clerici, presidente dell'Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli) e della Federazione delle società scientifiche italiane nel settore della medicina di laboratorio (Fismelab), secondo cui rappresentano “il futuro” della lotta al coronavirus.

Perché professore, cosa hanno di diverso questi nuovi test?

Come in tutte le diagnostiche infettivologiche c'è sempre un'evoluzione. Si parte dal sistema più complesso, che è quello di riferimento, per poi giungere a sistemi più semplici ma non meno sensibili e specifici, che sono di grande aiuto soprattutto negli screening di popolazioni con un numero di persone importante, come possono essere gli alunni delle scuole piuttosto che i dipendenti di un'azienda.

Lei crede quindi nell'affidabilità di test antigenici?

Sì, assolutamente, il futuro sta qui, specialmente quando ci sono pandemie come questa, perché è impensabile processare 60 milioni di tamponi con il test molecolare, sarebbe un inutile spreco di risorse tecnologiche, finanziarie e anche professionali.

In cosa differiscono dai test tradizionali e quante sono ad oggi le opzioni disponibili per la diagnosi di Covid-19?

I test sono di due tipi: uno, appunto, è il tradizionale molecolare che, a seconda dell'azienda produttrice dei reagenti, può indagare da uno a quattro geni del coronavirus. Al momento, questo è il test di riferimento al quale si rapportano tutti gli altri. Poi abbiamo il test antigenico, che viene effettuato sempre sul tampone orofaringeo e, adesso, si sta dando anche l'opportunità di farlo sul tampone salivare. Un problema di questi test antigenici è che, in alcuni casi, vengono validati da Istituti ospedalieri o dalle Regioni ma, in ogni caso, a fronte di un positivo, vincolano sempre al test molecolare per la conferma della positività. Anche qualora il medico verifichi una clinica sospetta in un paziente negativo al test antigenico, può richiedere sempre il test molecolare. In altre parole, è un test sicuramente di grande aiuto perché su una grande popolazione o in una comunità, come ad esempio le persone fragili che devono essere analizzate in screening, consente di fare tantissimi esami in pochissimo tempo, contrariamente al tampone molecolare.

Come avviene la validazione? Quali sono i parametri?

Il metodo di riferimento è quello molecolare ed è con questo che si confrontano i test che hanno tecnologie diverse. Si fa quindi un test in doppio, ovviamente sugli stessi campioni, sulla base si popolazioni sintomatiche, paucisintomatiche e asintomatiche, e si verifica sensibilità e specificità del nuovo test.

Ci sono quindi due aspetti, sensibilità e specificità? Cosa sono?

La sensibilità è la capacità di rilevare i veri positivi. Ad esempio, se abbiamo una sensibilità del 95%, vuol dire che su 100 campioni positivi ne perdiamo 5. La specificità, invece, riguarda i veri negativi: una specificità del 100% indica che non perdiamo nessun negativo. A questo punto appare evidente che nei test antigenici la sensibilità non sarà mai sovrapponibile a quella dei test molecolari, mentre è da tempo che la specificità di questi test è sempre al 100%. La sensibilità, d'altra parte, può essere inferiore perché dipende da dove raccogliamo il tampone, in che modo lo raccogliamo e soprattutto dalla carica virale perché, se questa è bassa, rischiamo anche di non raccoglierla dall'orofaringe. Se invece è alta, non c'è nessun problema. Proprio per questi motivi, questi test dovrebbero essere riservati a studi di popolazione, a screening e quant'altro, mentre nei pazienti sintomatici si utilizza direttamente il test molecolare.

Il professor Pierangelo Clerici
in foto: Il professor Pierangelo Clerici

Cosa vuol dire che che il test è antigenico? Cosa sono gli antigeni del coronavirus?

Sono le proteine espresse sulla superficie del virus. Questi test diagnostici rilevano proprio la frazione proteica presente sulla superficie virale. Come tutto, c'è però da dire che anche il sistema del test rapido deve comunque essere condotto sotto il controllo di uno specialista di medicina di laboratorio, possibilmente un microbiologo, perché si possono verificare delle situazioni in cui non è semplice interpretare i risultati. Pertanto il controllo, anche se da remoto, deve essere sempre effettuato da uno specialista di laboratorio, con d'altra parte il vantaggio che questo tipo di indagine si possa diffondere in maniera più capillare senza dover ricadere necessariamente su tecnologie che, anche dal punto di vista dimensionale, sono importanti.

È vero che i tamponi analizzati con questa tecnica devono essere processati in tempi brevissimi?

Sì, decisamente. Quello che noi, come microbiologi, consigliamo, è che il test della ricerca dell'antigene venga fatto immediatamente dopo la raccolta del campione, perché altrimenti si perde di sensibilità. Quindi, una sensibilità del 95% con il tampone processato immediatamente può ridursi anche al 60% se analizzato dopo un'ora o due, fino al 25% o meno se lo processo il giorno dopo. Ovviamente, il senso dei test antigenici, vista la brevità della risposta (dai 7 ai 15 minuti a seconda del sistema), è quello di processare subito il tampone.

Ci sarebbe la possibilità di fare test su più campioni contemporaneamente?

Questa possibilità di cui parla è il cosiddetto pooling, che si adotta già in alcune diagnostiche, come ad esempio per la ricerca di virus nelle sacche di sangue dei donatori. Si può fare un pooling ad esempio di dieci donazioni e lo si controlla per HIV: se quel pooling è negativo vuol dire che nessuno dei dieci campioni di sangue che ho miscelato era positivo per il virus. Qualora invece si rivelasse la positività del pooling, si vanno poi ad analizzare i dieci singoli campioni per vedere qual era positivo.

La stessa cosa potrebbe accadere con il coronavirus ma questo concetto non è ancora così espresso, soprattutto perché a livello ospedaliero la percentuale di positivi è tutt'ora sufficientemente elevata. In alcuni casi arriviamo anche al 5-6%, come ci dicono anche i dati giornalieri. Quando l'incidenza del virus sarà dell'1% se non inferiore, si potrà fare pooling in sicurezza. Per adesso, si rischierebbe sempre un risultato positivo per cui dovrei comunque testare nuovamente tutti i campioni.

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