Le misure del DPCM del 3 dicembre proseguiranno fino al 15 gennaio e, a parte il ritorno alla didattica in presenza per gli studenti delle scuole superiori fissato per il 7 gennaio, le restrizioni in vigore dureranno fino alla metà del prossimo mese. Nel frattempo, dalla seconda ondata, arrivano i primi segnali di miglioramento, anche se restano ancora tante incognite, compreso il rischio altissimo di dover fronteggiare un nuovo picco se nuove contromisure non verranno disposte in tempo. “Una storia già vista” taglia corto il professore Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), che abbiamo contattato per capire qual è la situazione attuale e cosa dobbiamo attenderci nel prossimo futuro.

I dati indicano un lento miglioramento, possiamo sperare?

Avendo applicato delle misure di contenimento più leggere rispetto a quelle del lockdown, i nuovi casi stanno progressivamente diminuendo, anche se i numeri continuano ad essere effettivamente alti. Questo perché, con misure di controllo più leggere, la discesa della curva è molto meno rapida rispetto a quello che abbiamo registrato nella prima ondata. Stiamo andando bene, ma molto lentamente, e questo certamente è un problema perché se è vero che così si riduce la pressione negli ospedali, il numero dei morti continua ad essere troppo alto.

Vuol dire che queste misure non sono sufficienti?

Le misure andavano prese prima. Non dovevamo attendere più dei 30mila casi al giorno per iniziare a dividere le regioni in funzione dei colori e quant’altro, e forse si potevano prendere delle misure più drastiche che avrebbero migliorato più rapidamente la situazione.

Uno degli aspetti più preoccupanti è che già si parla di terza ondata. Perché?

È qualcosa che abbiamo già visto in altri Paesi. Quando vengono prese misure di contenimento, l’onda si affievolisce ma, quando queste vengono abbandonate, l’epidemia riprende fiato e riparte. Insomma, è una storia già vista, qualcosa di scontato che accada.

Tenga anche presente che la ripresa dell’epidemia si paga in maniera importante e che, successivamente alla libertà goduta nel mese di agosto, tra settembre e oggi abbiamo avuto più di 15mila morti. La speranza è che non si ricommetta lo stesso errore di fronte a un’epidemia che oggettivamente sta migliorando. Questo ci riporterebbe indietro e determinerebbe la terza ondata.

Eppure si parla di riapertura delle scuole…

Non entro nel merito delle scelte, perché queste si possono fare con motivazioni molto diversificate. Entro però nel merito di quanto accade quando si fanno determinate scelte. E quello che accade, insisto a dire, è certo. Se a gennaio riapriranno le scuole, si ridarà spazio al fatto che la gente circoli maggiormente o ci saranno nuovamente assembramenti, non c’è motivo perché l’epidemia non riparta.

Potrà accadere più o meno lentamente, ma se nel frattempo non saranno intervenuti fattori ulteriori, come potrà essere la vaccinazione, che certamente non presenterà i propri effetti già a gennaio o febbraio, ci saranno nuove infezioni, risalirà l'Rt e tutto il resto. Questo non è un rischio, ma una certezza.

Il professore Massimo Andreoni, primario di Malattie infettive a Tor Vergata
in foto: Il professore Massimo Andreoni, primario di Malattie infettive a Tor Vergata

E se la terza ondata si andrà a sovrapporre alla campagna di vaccinazione?

Renderà la vaccinazione più complicata in termini organizzativi, per cui sarà più difficile organizzare i punti di vaccinazione per le persone, ma di per sé una circolazione importante del virus non crea nessun ulteriore problema né modificherà la campagna di vaccinazione.

Potrebbero però esserci tanti asintomatici e anche tanti guariti. Servirà fare prima un tampone o un test sierologico? E lei cosa consiglia a chi ha già avuto l’infezione?

Mettersi a fare il test a tutti prima della vaccinazione sarebbe una spesa insostenibile, sia in termini di tempi sia in economici, e non avrebbe molto significato. Io sono dell’idea che il vaccino vada somministrato a tutti, dunque a prescindere dal fatto che le persone abbiamo avuto la malattia oppure no. E questo lo dico perché non sappiamo quanto duri l’immunità legata a Covid-19 e abbiamo a disposizione dati di persone che si sono riammalate successivamente alla guarigione, a dimostrazione del fatto che in alcuni soggetti questa immunità non è duratura o comunque non è efficace. D’altra parte verranno vaccinate anche tante persone che hanno avuto l’infezione in maniera del tutto asintomatica e non sanno neanche di averla avuta.

Va infatti tenuto presente che il vaccino funziona da richiamo a un’eventuale presenza di anticorpi e che il rischio di vaccinare una persona che è già positiva per gli anticorpi non è reale. La necessità della campagna di vaccinazione sarà quella di dare protezione al maggior numero di persone possibile, per cui credo che sarà molto più semplice vaccinare comunque tutti, eliminando eventuali problematiche su chi, quando e come vaccinare.

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