7 Dicembre 2020
16:18

Studio su Nature chiarisce il ruolo di anticorpi e cellule T contro Covid-19

I ricercatori hanno dimostrato che le cellule T sono necessarie per proteggere dall’infezione da coronavirus Sars-Cov-2 se la concentrazione di anticorpi neutralizzanti è insufficiente: “Risultati importanti in considerazione dei recenti dati di efficacia mostrati dalla sperimentazione dei vaccini sull’uomo e della probabilità che questi e altri vaccini diventino ampiamente disponibili in primavera”.
A cura di Valeria Aiello

Cosa ci protegge davvero dall’infezione da coronavirus Sars-Cov-2? Con il crescente numero di candidati vaccini in fase di sperimentazione (ad oggi sono oltre 50 le formulazioni per cui è stato avviato un trial clinico e almeno altre 160 sono oggetto di valutazione in modelli animali), una grande quantità di studi sta fornendo informazioni circa la protezione dall’infezione e dalle forme gravi di Covid-19. Ad oggi, sono tre i vaccini ((Pfizer/BionTech, Moderna e Astrazeneca/Oxford) per cui le rispettive società farmaceutiche hanno pubblicato i dati delle analisi ad interim che mostrano alti tassi di protezione negli studi di fase 3 sull’uomo ma finora nessuna ricerca ha ancora determinato il preciso ruolo dell’immunità umorale, ovvero quella mediata da molecole circolanti come gli anticorpi, e dell’immunità cellulare, ossia quella mediata dai linfociti, in particolare dalle cellule T, nella protezione contro l’infezione da Sars-Cov-2.

Chiarito ruolo di anticorpi e cellule T contro Covid

Un nuovo studio pubblicato su Nature ha finalmente fatto luce su questo aspetto, sciogliendo alcuni nodi relativi allo sviluppo e mantenimento dell’immunità dopo la vaccinazione e, più in generale, in seguito all’infezione. L’indagine, condotta da un team di ricercatori guidato dal professor Dan H. Barouch del Center for Virology and Vaccine Research BIDMC della Harvard Medical School di Boston, ha infatti chiarito la diversa importanza di anticorpi e cellule T nella protezione, analizzando il loro compito specifico nel macaco rhesus, il primate cui dobbiamo tantissimo nella ricerca medico-scientifica, compresa quella destinata a farmaci e vaccini contro Covid-19.

A partire dai risultati dei precedenti studi, secondo cui l’infezione da Sars-Cov-2 protegge le scimmie rhesus dalla riesposizione al patogeno, Barouch e colleghi hanno purificato gli anticorpi neutralizzanti prodotti dagli animali che avevano superato l’infezione, somministrandoli a varie concentrazioni a dodici macachi non infetti. Questa prima sperimentazione ha permesso di comprendere che la protezione da Sars-Cov-2 mediata dagli anticorpi è dose-dipendente. Gli animali che avevano ricevuto quantità maggiori di anticorpi risultavano infatti protetti in modo più completo rispetto ai macachi che avevano ricevuto una minore quantità di anticorpi. Allo stesso modo, quando i ricercatori hanno somministrato le diverse concentrazioni di anticorpi purificati a sei macachi con infezione attiva, quelli che avevano ricevuto le dosi più elevate avevano dimostrato un controllo virale più rapido. In una seconda serie di esperimenti, Barouch e colleghi hanno valutato il ruolo di specifiche cellule immunitarie (i linfociti T CD8 +) nel contribuire alla protezione contro il virus, eliminando queste cellule dal sangue degli animali che si erano ripresi dall’infezione da Sars-CoV-2. La rimozione di queste cellule immunitarie ha reso gli animali vulnerabili all’infezione dopo la riesposizione a SARS-CoV-2.

Risultati che, nel complesso,  hanno dunque indicato che “gli anticorpi, da soli, possono proteggere, anche a livelli relativamente bassi, ma sono anche necessari i linfociti T se i livelli di anticorpi sono insufficienti – ha spiegato Barouch – . Tali correlati di protezione sono quindi importanti visti i recenti risultati positivi mostrati dagli studi sull’uomo e la probabilità che questi e altri vaccini diventino ampiamente disponibili in primavera. Di conseguenza – ha concluso – i futuri vaccini potrebbero dover essere autorizzati sulla base di correlati immunitari piuttosto che risultati clinici di efficacia”.

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