La comunità scientifica italiana insorge contro la decisione, presa quasi all’unanimità dal Parlamento, di approvare una legge sulla sperimentazione animale che pone vincoli ancora più stringenti di quella europea, al punto da mettere a serio rischio la possibilità di continuare a svolgere ricerca in ambiti fondamentali per la salute umana. Nel recepire nell’ordinamento italiano la direttiva europea del 2010 “sulla protezione degli animali utilizzati a scopi scientifici”, il Parlamento italiano si sarebbe spinto oltre, violando anche la disposizione esplicita della direttiva comunitaria che vieta ulteriori vincoli rispetto a quelli già previsti. “Come scienziati siamo fortemente preoccupati dal fatto che, se applicati, i divieti contenuti nell’art. 13 (della legge che recepisce la direttiva comunitaria, ndr) produrranno inevitabilmente il blocco dei finanziamenti, sia futuri che già attribuiti, alla ricerca di base, e di fatto l’impossibilità di praticarla”, si legge nell’appello del Gruppo 2003 per la ricerca firmato già da oltre 3000 scienziati. “Ma non è solo la ricerca di base ad essere in serio pericolo, anche la ricerca biomedica finirebbe per insterilirsi, privata dell’apporto della ricerca di base”.

Stop agli xenotrapianti

L’organizzazione Pro-Test, costituita da giovani ricercatori di tutta Italia in difesa dell’importanza della sperimentazione animale, si unisce alle perplessità della comunità scientifica: “La disposizione europea, la direttiva 2010/63 sulla sperimentazione animale, è stata ottenuta dal confronto della comunità scientifica e dell’eurogruppo per gli animali (che raccoglie esponenti delle diverse associazioni animaliste europee), quindi si presenta come giusto compromesso tra le esigenze della ricerca e il rispetto del benessere animale”, sottolinea Giulia Corsini, vice-presidente di Pro-Test Italia. Ma il Parlamento e il Governo italiani si sono spinti oltre, senza alcuna considerazione delle istanze dei ricercatori, con ricadute potenzialmente gravissime.

Circa il 92% delle cavie di laboratorio sono roditori.
in foto: Circa il 92% delle cavie di laboratorio sono roditori.

La principale preoccupazione riguarda i cosiddetti “xenotrapianti”, ossia i trapianti di cellule, organi o tessuti tra organismi di specie diverse. Il divieto imposto in Italia per questa pratica “comporterebbe uno stop di tecnologie innovative dove è concentrata la maggior parte dell’attività oncologica negli ultimi anni, come il trapianto di cellule tumorali in roditori, importante per testare nuovi trattamenti farmacologici contro il cancro”, spiega Giulia Corsini. Non solo: gli xenotrapianti sono impiegati anche nello studio delle applicazioni terapeutiche delle cellule staminali. “Studi recenti dimostrano come sia possibile, innestando cellule staminali da una specie in un’altra, ottenere degli organi della prima specie nell’altra”, continua Corsini. “Questo potrebbe risolvere un giorno il problema della carenza d’organi per i trapianti nell’uomo, dato che attualmente non abbiamo abbastanza donatori”.

"Ricerca biomedica impossibile"

Secondo Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri, la nuova legge “renderà praticamente impossibile fare ricerca biomedica in Italia”. I divieti si estenderanno infatti anche all’utilizzo di animali nella ricerca sulle dipendenze. “Non si riesce proprio a capire perché non si possa fare ricerca sulle droghe!”, esclama Giulia Corsini. “La ricerca sulle sostanze d’abuso non è solo utile per studiare i meccanismi della dipendenza e riuscire a trovare una soluzione per le persone colpite, ma è anche utile per capire i meccanismi di alcune patologie che prevedono delle analogie con i meccanismi di alcune sostanze d’abuso”, spiega.

I gruppi animalisti hanno accolto positivamente la nuova normativa, che dovrebbe obbligare la ricerca biomedica a sviluppare metodi alternativi all’uso di animali.
in foto: I gruppi animalisti hanno accolto positivamente la nuova normativa, che dovrebbe obbligare la ricerca biomedica a sviluppare metodi alternativi all’uso di animali.

I gruppi animalisti italiani esultano, parlando di norma “anti-vivisezione”, un termine che gli scienziati rifiutano, preferendo quello di sperimentazione animale, dato che la vivisezione è una pratica abbandonata da decenni. I gruppi animalisti come la LAV, la Lega Anti-Vivisezione, sottolineano che in tal modo sarà possibile incentivare l’utilizzo di metodi alternativi per la sperimentazione di nuovi farmaci, che facciano a meno degli animali. Secondo i ricercatori, tuttavia, parlare di metodi alternativi è prematuro. “Se ci fossero alternative efficaci, si utilizzerebbero immediatamente, anche per questioni economiche: le tecniche alternative esistenti – che sono molto limitate e settoriali – sono molto meno costose dell’impiego di animali”, spiega Giulia Corsini, che aggiunge: “La sperimentazione animale non è perfetta, ma le alternative attualmente lo sono ancora meno”.

Tra i firmatari dell’appello figurano i ricercatori dell’AIRC (l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro), il centro Telethon, l’AISM (Associazione italiana sclerosi multipla), l’Alleanza contro il cancro, l’Istituto Mario Negri e altri istituti ospedalieri e di ricerca specializzati nella lotta ai tumori. A preoccupare è anche il bando completo all’utilizzo di cani, gatti e primati. Pur se il loro impiego nella sperimentazione animale è oggi ridottissimo (appena lo 0,1% per i cani, lo 0,04% per i primati e praticamente zero nel caso dei gatti), le leggi impongono che un farmaco debba prima essere testato su due specie animali diverse prima di passare a un trial sui pazienti umani. “Una delle due non dev’essere un roditore, e i roditori rappresentano il 92,69% delle cavie”, chiarisce Corsini. “La scelta della seconda specie dipenderà dal tipo di test. Per fare un esempio, i cani ad oggi rappresentano per molti versi un ottimo modello per via del loro sistema cardiocircolatorio, che è più simile al nostro per quanto riguarda le caratteristiche anatomofisiologiche e biochimiche”. Sulla base di questi motivi, i ricercatori italiani chiedono che l’Italia si allinei alla direttiva UE in materia, specificando che in caso contrario presenteranno una denuncia presso la Commissione europea per violazione degli obblighi comunitari, che aprirebbe una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.