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Alle 12,30 ore italiane l’Europa ha portato a casa un risultato fondamentale per la sua storia spaziale. Il razzo Soyuz, lanciato per la prima volta dallo spazioporto dell’Agenzia spaziale europea (ESA) di Kourou, nella Guyana francese – che pur essendo in America latina è territorio europeo – ha regolarmente messo in orbita i primi due satelliti “Galileo”. L’obiettivo è di arrivare nei prossimi anni a piazzare nello spazio tutti i 30 satelliti della ‘costellazione’, che permetterà così all’Unione europea di dotarsi di un sistema di navigazione satellitare autonomo dal GPS americano. Tra meno di dieci anni, quindi, i navigatori delle nostre auto non si connetteranno più ai satelliti del GPS, ma a quelli di Galileo. Uno “schiaffo” all’egemonia USA nel settore che ha provocato forti malumori alla Casa Bianca negli anni scorsi. Ma perché Galileo? Perché non accontentarci del GPS che, tutto sommato, sembra funzionare bene?

Rivalità geopolitiche

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C’è un problema con il GPS di cui pochi sono a conoscenza: è di proprietà dell’esercito americano. Il che vuol dire che noi lo usiamo in “comodato d’uso”. Ma se, per motivi strategici, gli Stati Uniti decidono di tagliarci fuori dalla copertura satellitare, potete anche buttare il vostro Tom-Tom (o quello che sia). Certo, non c’è motivo apparente per fare una cosa del genere. Togliere la copertura del segnale GPS è una mossa strategica fondamentale in guerra, tant’è vero che gli americani la adoperano spesso nei teatri di battaglia. Ma l’Europa è un’alleata degli Stati Uniti. Ciò non toglie che nel 2001 la Commissione per i trasporti e l’energia di Bruxelles pubblicò un documento in cui paventava la fine dell’autonomia nel settore della difesa se entro vent’anni l’Europa non si fosse dotata di un proprio sistema di navigazione satellitare.

La cosa agli americani non piacque per niente. Paul Wolfowitz, all’epoca vice-segretario alla Difesa USA, ordinò seccamente all’Europa di mettere da parte il programma Galileo. L’ingiunzione sortì l’effetto opposto: i paesi europei, che fino ad allora avevano tergiversato sulla questione, spinsero il piede sull’acceleratore, al fine di dotarsi entro pochi anni del proprio sistema di navigazione satellitare. Agli Stati Uniti non piace convivere con l’idea che il loro lungo predominio nel settore debba ora venir meno: in futuro, qualunque Stato – anche l’Iran – potrà appoggiarsi al sistema Galileo facendosi beffe della spada di Damocle costituita dal GPS americano.

Galileo sarà infatti un servizio “open”, a cui tutti gli Stati interessati potranno accedere. Non è un caso che a suo tempo la Cina si sia gettata nell’affare. La Cina ha molti più interessi strategici dell’Europa riguardo la necessità di dotarsi di un sistema di navigazione satellitare che non venga “spento” ogni qualvolta Washington lo decida. Ma dopo un po’ la Cina si è ritirata dal programma e ha iniziato a sviluppare un sistema di navigazione in proprio. Pechino punta a completare la sua costellazione, battezzata “Beidou”, entro il 2020.

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Le prossime tappe

Un anno prima, se tutto andrà bene, saranno invece tutti in orbita i satelliti Galileo, a un’altitudine di circa 24.000 chilometri dalla superficie terrestre, nella cosiddetta “orbita media” dove si trovano già i satelliti GPS. La scaramanzia è d’obbligo: Galileo è molto indietro rispetto al cronoprogramma iniziale. L’ESA prevedeva di mettere in orbita i primi satelliti per il 2004, e completare la costellazione nel 2008. Solo qualche mese fa, dopo che i primi satelliti erano ormai stati completati, il Parlamento europeo e il Consiglio sono riusciti a raggiungere un accordo per il finanziamento della parte restante del programma e la sua governance.

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Secondo il nuovo cronoprogramma, la costellazione sarà completata nel 2019. Ma già molto prima sarà possibile utilizzare il servizio in versione provvisoria: l’anno prossimo, con il lancio di altri due satelliti, sarà operativo un primo nucleo del servizio con quattro satelliti in orbita. E nel 2015, quando nello spazio ci saranno 18 satelliti, saranno disponibili i tre servizi fondamentali: uno base (Open Service), un servizio governativo (Public Related Service) e uno di ricerca e salvataggio (Search and Rescue Service). L’utilizzo di Galileo da parte di utenti appartenenti a settori della Difesa sarà comunque sottoposto a un controllo civile.

La “maledizione” di Galileo ha colpito di nuovo ieri, quando poco prima del lancio previsto si è dovuto interrompere tutto per un problema nel caricamento del propellente al razzo vettore Soyuz, e infine rinviare lo storico lancio a oggi. Poteva andare peggio: a settembre un razzo Soyuz lanciato dalla base spaziale russa di Baikonur (la base dei grandi programmi spaziali sovietici) era esploso, costringendo l’agenzia spaziale russa Roscosmos a congelare tutti i lanci già programmati, tra cui quelli che avrebbero dovuto portare sulla Stazione Spaziale Internazionale i nuovi astronauti. Si è temuto che l’inchiesta sulle ragioni dell’incidente, proseguendo a lungo, avrebbe costretto all’evacuazione della Stazione spaziale, poiché con la dismissione dello Shuttle oggi i Soyuz sono gli unici lanciatori che possono portare in orbita gli astronauti. Ma poi, per fortuna, il problema è stato individuato.

Un successo di portata internazionale

Il lancio di oggi è un lancio storico anche perché per la prima volta il Soyuz russo e prima ancora sovietico entra nella “famiglia” dei lanciatori europei. Prima di oggi, l’ESA disponeva di un solo razzo, l’Ariane-5, il più potente, capace di mettere in orbita geostazionaria (quella più lontana dalla Terra, a 36.000 chilometr idi quota) un carico fino a 10 tonnellate. Il Soyuz lanciato oggi per la prima volta dallo spazioporto europeo in Guyana è una versione modificata che può mandare in geostazionaria un carico fino a 3 tonnellate. A questi due si aggiungerà l’anno prossimo il Vega, un lanciatore di piccola taglia che può mettere in orbita – ma a una quota più bassa – fino a 1,5 tonnellate. Costruito quasi interamente in Italia e con capitali per la maggioranza italiani, Vega, il cui primo lancio è previsto per gli inizi del 2012, sarà un grande motivo d’orgoglio per la nostra industria aerospaziale.

Assistiamo a una terza rivoluzione industriale, una grande sfida tutta europea dove si rafforza la nostra competitività.

Antonio Tajani
Ma l’Italia può a buon diritto essere soddisfatta anche per questo primo lancio. I due satelliti Galileo immessi in orbita sono stati sviluppati in parte nei laboratori di Thales Alenia Space a Torino, mentre una delle principali stazioni di controllo della costellazione si trova in Abruzzo, nella piana del Fucino, dove è situata l’installazione di controllo satellitare dell’italiana Telespazio. E l’Italia ha finanziato il programma per il 17%, la stessa cifra di Francia, Germania e Gran Bretagna. Galileo rappresenta infatti il programma di bandiera della nuova politica spaziale europea, rilanciata dopo il Trattato di Lisbona. L’Unione europea, che ha finanziato e guidato politicamente il negoziato che ha portato alla realizzazione della costellazione di satelliti, sta ora pensando di fare dell’ESA – che fino a oggi resta un organo indipendente rispetto a Bruxelles – il “braccio spaziale” della Commissione europea. Ciò permetterebbe di fare dell’ESA una vera e propria NASA europea.

Antonio Tajani

Il sistema Galileo avrà un’accuratezza di gran lunga superiore a quella del GPS: ciascun satellite è equipaggiato con un orologio atomico che spacca il nanosecondo, necessario per poter regolare la propria posizione rispetto a quella degli altri satelliti della costellazione. Ciò farà sì che il nostro navigatore satellitare potrà calcolare l’esatta posizione della vettura che stiamo guidando con uno scarto di al massimo un metro. E per quanto i costi siano lievitati negli ultimi anni, i guadagni saranno più che soddisfacenti: il mercato dei servizi di navigazione satellitare supera attualmente i 25 miliardi di dollari nel mondo. Secondo le stime dell’UE, il fatturato di Galileo dovrebbe situarsi intorno ai 9 miliardi di euro l’anno. Per Antonio Tajani, commissario europeo per l'industria, con il lancio di oggi assistiamo a "una terza rivoluzione industriale, una grande sfida tutta europea dove si rafforza la nostra competitività".